Ci siamo. Chi
s c r i v e i nv o c a ,
d a g l i a n n i No -
vanta, un’allean -
za globale tra le
democrazie per
rafforzare ciascuna e costrui-
re un complesso democratico
sufficientemente grande per
esercitare una forte pressio-
ne democratizzante nel mon-
do, consolidandolo via co-
struzione graduale di un mer-
cato delle democrazie (f re e
c o m m u n ity) con standard co-
muni: la transizione dalla p ax
ame ricana , cioè dall’im pero
s t atu n i t e n s e c h e è o r m a i
troppo piccolo per gestire il
globo, ad una nova pax d ove
l’America resti leader, ma
aprendosi ad un multilatera-
lismo selettivo dove le nazioni
del capitalismo democratico
si organizzano per rendere
più socialmente efficace il lo-
ro modello interno e sconfig-
gere quelle del capitalismo
autoritario e autocrazie, capi-
tanante dalla Cina nazional-
s o c i a l i s ta .
Quando lo scrivente pre-
sentò a Tokyo, nel 1996, in un
s e m i n a r i o d e l l o Yo m i u r i
Shimbun, il progetto di mer-
cato delle democrazie per ri-
spondere alla domanda degli
industriali e politici nipponi-
ci se al Giappone fosse conve-
nuto convergere con la Cina
emergente o restare legato al-
l’Occidente, vide un rappre-
sentante di Pechino saltare
sulla sedia. Edward Luttwak,
vicino di tavolo, disse riden-
do: «Carlo, hai dichiarato
guerra alla Cina». Ma la rispo-
sta fu: «No, ho presentato l’i-
dea di come le democrazie po-
tranno vincere, unendosi per
creare qualcosa di più grande
della Cina». Tante delusioni:
divergenza tra Usa e Ue, cedi-
menti mercantilistici alla Ci-
na, risposte deboli alla Russia
neo imperiale, abbandono dei
combattenti per la libertà di
Hong Kong, ecc.
Un momento di luce nel
programma del repubblicano
John McCain del 2008 quan-
do vi inserì il progetto di «Le-
ga delle democrazie» simile al
progetto dello scrivente nel li-
b r o T h e G r a n d A l l i a n c e
(2007), ma Barack Obama vin -
se le elezioni.
A l tro m o m e nto d i luc e
quando Obama propose nel
2013 un mercato delle demo-
crazie nel Pacifico (Tpp) e con
l’Ue (Ttip), escludendo Cina e
Russia, ma presto spento dal-
l’evidenza che l’America vole-
va tenere separate le demo-
crazie alleate mettendosi al
centro delle due alleanze. Fu
una doccia gelida l’ec c e ss o
u n i l a t e r a l i s t a d i D o n a l d
Trump che distrusse la co-
struzione, pur malfatta, di
O ba m a , ma attutita dal fatto
che nel 2017 l’America dichia-
rò finalmente, con modalità
bipartisan, la Cina come ne-
mico. E ci fu un ritorno della
luce quando Mike Pompeo
portò Tr um p, negli ultimi
mesi del suo mandato, a rin-
forzare l’alleanza tra demo-
c ra z ie.
Dal 9 al 10 dicembre ci sarà
a Washington il primo sum-
mit globale delle democrazie
con la missione di strutturare
un piano di lavoro comune da
confermare nel dicembre
2022. L’amministrazione Bi-
den è sospettabile di poca in-
cisività e consistenza, ma bi-
sogna riconoscere che sta ac-
cettando l’idea che l’A m e r ic a
ha bisogno di alleati (un pri-
mo passo verso la nova pax) e
le democrazie di sostegno re-
ciproco. Quindi chi scrive
propone un atteggiamento
iniziale di fiducia e sostegno
all’iniziativa con modi bipar-
tisan, considerando che è dal
1941, quando Winston Chur-
ch i l l propose un’al lean za
strutturata tra democrazie,
che non si riesce ad organiz-
zare un forum globale con in-
tenti strategici tra democra-
zie stesse.
Al momento sono oggetto
di analisi gli inviti. Washin-
gton ha invitato circa 110 na-
zioni, dando a ciascuna uno
spazio di intervento, novità
positiva perché enfatizza il
concetto di nazione - il vero
mattone delle relazioni inter-
nazionali - e lascia voce alle
micro nazioni con meno di un
milione di abitanti, circa 30.
Tra le nazioni invitate il 69%
sono nazioni con democrazia
funzionante, il 28% semi-fun-
zionante e il 3% senza ancora
democrazia. Tale composi-
zione ha suscitato critiche da
parte dei puristi. Ma la logica
è necessariamente geopoliti-
ca. Il Pakistan è stato invitato
perché il suo arci nemico, l’In -
dia, non poteva non esserlo.
Le Filippine e il Kenya che
hanno punteggi bassi di de-
mocraticità hanno avuto l’in -
vito perché in ambedue ci sa-
ranno elezioni nel 2022 ed è
parso utile rinforzare i pro
democrazia. Taiwan ha l’invi -
to, ma la coraggiosa presiden-
te Tsai Ing-wen non parlerà,
sostituita dal ministro per il
Digitale, per non sfidare trop-
p o a p e r t a m e n t e l a C i n a .
Israele, democrazia piena, ci
sarà, ma accompagnata per la
regione mediorientale dall’I-
raq che è una democrazia solo
nominale, tuttavia presenza
necessaria per metterci al-
meno un arabo. Cosa ci fanno
Angola, Congo e Zambia? So-
no regimi autoritari in fase di
aggancio anticinese e quindi
oggetto di pressione da parte
del fronte democratico. Per-
ché Orban ed Erdogan non
sono stati invitati? È un chia-
ro segnale da parte di Washin-
gton (e dell’Ue) che non li vuo-
le rieletti, cosa che qualcuno
in Italia dovrebbe annotare.
In sintesi, il criterio demo-
cratico è stato adattato a quel-
lo (geo)politico, ma è segno di
concretezza strategica. Per
esempio, l’invito a tante pic-
cole nazioni equiparate alle
grandi ha lo scopo, che mai
sarà dichiarato, di ottenere la
maggioranza all’A s se m b l ea
generale dell’Onu mettendo
in minoranza le nazioni con-
quistate, via contratti orren-
di, dalla Cina. Se riuscisse,
questo sarebbe un risultato
eccezionale perché darebbe
al l’Onu un indirizzo demo-
cratizzante che è sempre
m a n c ato.
L’Ue? Parteciperà anche
come tale. Ha appena lanciato
l’iniziativa «Global Gateway»
(300 miliardi) contro la Via
della seta (finora spesi 140).
La speranza è che converga
con le iniziative statunitensi
(e britanniche) per rendere
l ’ a l l ea n za eu roa m e r i c a n a
motore concreto di tutto il
complesso democratico. L’I-
talia? Ha l’enorme opportu-
nità di presiedere uno dei
gruppi di lavoro. Il sogno? Ag-
giungere la bandiera della de-
mocrazia a quella nazionale
entro un secolo in 200 nazio-
ni del pianeta.
Nessun commento:
Posta un commento