Le capriole verbali di un pompiere che fa il piromane

DEFLAZIONE DA DEBITI !
l presidente della Federal Reserve Jerome “Jay” Powell fa di
mestiere il pompiere, ma nei fatti si comporta come un
piromane. Le sue parole dello scorso martedì sono un caso
di scuola su come non si comunica la politica monetaria.
Nel corso di un’audizione di fronte al Senato, e in risposta a
una precisa domanda sulla natura «transitoria»
dell’inflazione, il presidente Powell ha ribadito: «Penso che sia
giunto il momento di smettere di usare quella parola».
Antefatto: almeno fino all’ultima comunicazione ufficiale,
avvenuta lo scorso 3 novembre, il quadro era diametralmente
opposto, ancorché inserito nella solita cornice di ambiguità che
caratterizza la Fed. Una moderna banca centrale deve esplicitare in
modo trasparente i suoi obiettivi. Formalmente, è un concetto che
Powell sposa in pieno. Ma traspare anche una certa allergia;
proprio il 3 novembre, Powell si è lamentato del fatto che l’azione
della Fed «non può ridursi a un’equazione». L’affermazione è
sacrosanta, ma non può giustificare l’ambiguità.
La Fed continua a ripetere che il suo obiettivo primario è la
massima occupazione. Quindi sorge spontanea la domanda: ma
qual è il livello corrispondente? La risposta del sorridente Powell è
sempre la stessa: non è un concetto che si può ridurre a un numero.
Poi aggiunge che comunque per ora l’economia americana è
ancora lontana da essere in piena occupazione, quindi la politica
monetaria deve rimanere
espansiva. Inoltre la Fed afferma
che perseguire la piena
occupazione non significa
necessariamente innalzare il
rischio inflazione.
Qui torniamo al 3 novembre.
Powell rassicurava gli americani
che la forte accelerata dei prezzi
al consumo doveva essere
considerata «transitoria»,
dando anche dei tempi: il rientro
era previsto a partire dal
secondo, al massimo terzo,
trimestre del 2022. Certo, in
novembre la previsione sulla
durata dell’inflazione transitoria si era modificata, allungandosi,
rispetto allo scenario che la Fed aveva delineato a settembre.
Quindi sulla transitorietà “si era fatto un passo indietro”. Ma
questo è fisiologico: se nuovi dati disponibili modificano gli
scenari macroeconomici, la banca centrale ne deve tenere conto:
purché la sua azione e le sue parole seguano il criterio della
trasparenza.
Anche qui, formalmente, Powell ribadiva che, in presenza di novità
sul fronte dei dati, la Fed «sarà assolutamente trasparente, perché
noi non vogliamo sorprendere i mercati. Noi diremo sulla base di
quali ragioni stiamo facendo o non facendo qualcosa». Ma allora,
come si spiega la capriola verbale di martedì scorso, inattesa sia nei
tempi sia nei modi?
L’analisi economica della politica monetaria ci spiega che ci sono
due modi di informare: la buona comunicazione è basata
sull’”effetto Ulisse”, mentre occorre evitare l’”effetto Delfi”. Si ha
l’effetto Ulisse quando l’annuncio di politica monetaria è credibile
– Ulisse non si tuffa dalle sirene perché si è legato all’albero della
nave – e quindi influenza le aspettative di mercati, famiglie e
imprese nella direzione auspicata dalla banca centrale. Al
contrario, se l’annunzio di politica monetaria è ambiguo, si
provoca l’effetto Delfi – il senso dei vaticini dell’oracolo era
volutamente nascosto – nel senso che gli operatori cercano di
interpretare quello che è il messaggio implicito nella
comunicazione della banca centrale. L’ambiguità provoca
incertezza, che a sua volta innesca volatilità nei mercati, martedì
scorso la capriola verbale di Powell alle 10 del mattino ha fatto
innalzare in pochi minuti il rendimento sui titoli di 12 punti base, e
al pomeriggio i tassi era ancora a quel livello.
Ma non sono le scommesse dei mercati, basate sull’effetto Delfi, a
preoccupare. Sono i rischi di possibili effetti, stavolta permanenti e
diffusi, nei comportamenti. Il cui risultato finale è aumentare la
probabilità di un’inflazione transitoria che diventa permanente. Il
pompiere diventa piromane.
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