STUPIDA RAZZA

lunedì 6 dicembre 2021

L’Europa al bivio del nucleare ambientale

 

Non è ancora detto che la decisione di Ursula von der Leyen arrivi entro il 15 dicembre, in tempo perché i leader Ue, come avevano chiesto a settembre, ne discutano in Consiglio. Più probabile che arrivi entro Natale. Di sicuro c’è che sull’atto delegato per la classificazione (tassonomia) delle fonti energetiche, in cui la Commissione deve pronunciarsi sulla compatibilità di gas e nucleare con il principio del do not significant harm, se producono o no danni significativi all’ambiente, c’è uno scontro sempre più acceso. La spaccatura I 27 sono divisi più o meno a metà: da un lato quelli guidati dalla Francia, per i quali il nucleare è indispensabile per arrivare alla carbon neutrality nel 2050 e perciò può essere destinatario a pieno titolo di investimenti ”verdi”; dall’altro coloro che ritengono occorra investire nelle rinnovabili per raggiungere l’obiettivo 2050 e nel frattempo si possa usare il gas come combustibile di transizione: produce CO2 ma è molto più “pulito” del carbone. In questo secondo gruppo c’è l’Italia, anche se il ministro Cingolani non vuole rinunciare alla ricerca sulle centrali di IV generazione che potrebbero risolvere il nodo delle scorie radioattive. In mezzo c’è Ursula von der Leyen, la presidente dell’esecutivo Ue, che ha l’onere di decidere su un provvedimento, l’atto delegato, che per sua natura non è modificabile: Consiglio e Parlamento possono solo approvarlo così com’è o bocciarlo a maggioranza qualificata. Sulla von der Leyen, non solo in quanto tedesca, pesa anche la posizione della Germania che dopo il disastro di Fukushima ha deciso di smantellare le sue centrali nucleari (entro il 2022), ha investito sul raddoppio del gasdotto NordStream e oggi vede i Verdi, risorti anche sull’onda dell’antinuclearismo, come seconda forza di governo. Le scelte energetiche degli Stati nazionali spettano ai singoli governi e dunque la classificazione della Ue non vieta a un Paese di utilizzare una tecnologia o l’altra, ma la greenlabel della Ue rischia di diventare un benchmark per i mercati finanziari, canalizzando ingenti investimenti - soprattutto privati - in una direzione o nell’altra, consentendo ai governi di finanziare le infrastrutture energetiche a tassi più convenienti. Insomma, una questione tecnica che ha ormai assunto un valore politico enorme, con pressioni da parte di tutte le capitali. Gli studi tecnico-scientifici La Commissione ha sul tavolo tre studi. Il primo, quello più approfondito (380 pagine) è del Joint Research Center(Jrc) che fa capo alla stessa Commissione. Il secondo e il terzo sono due review: una è del Comitato scientifico sulla salute, l’ambiente e i rischi emergenti (Schreer, nell’acronimo inglese) formato da esperti indipendenti che mettono in discussione diverse affermazioni del Jrc; l’altra è degli esperti nazionali in materia di radioprotezione e gestione dei rifiuti come prevede il trattato Euratom. Il Jrc ritiene che, considerato l’intero ciclo di vita e al netto degli aspetti radioattivi, la parte più dannosa della produzione di energia nucleare sia l’attività di estrazione e di lavorazione per ricavare l’uranio, la materia prima da cui, con la fissione, si ottiene la liberazione di energia. «Le analisi non rivelano alcuna evidenza scientifica che l’energia nucleare sia per la salute umana o per l’ambiente più dannosa delle altre tecnologie per la produzione di elettricità incluse nella tassonomia come attività a sostegno della mitigazione del cambiamento climatico» scrive il Jrc. Il confronto degli effetti tra le varie tecnologie di elettrogenerazione (petrolio, gas, rinnovabili e nucleare) sulla salute e sull’ambiente «dimostra che, per gli effetti non radioattivi, l’impatto del l’energia nucleare è paragonabile a quello dell’idroelettrico e delle altre rinnovabili». Più delicato è il problema del consumo di acqua e il potenziale inquinamento termico di fonti d’acqua dolce: sono «aspetti critici» che occorre affrontare con molta attenzione nelle fasi di scelta dei siti e di progettazione delle centrali. Ma la questione sicuramente più delicata riguarda la sicurezza legata alla radioattività, lungo le tre fasi principali del ciclo produttivo: estrazione e lavorazione del minerale, attività dei reattori e trattamento del combustibile nucleare esaurito. Secondo Jrc, le tecnologie disponibili consentono di attuare a costi ragionevoli misure di grado di prevenire incidenti e di mitigarne le conseguenze. Come? «C’è ampio consenso scientifico e tecnico nel ritenere lo smaltimento di scorie radioattive in formazioni geologiche profonde un modo sicuro e appropriato per isolarle dalla biosfera per un arco di tempo molto lungo». Serve però una «combinazione di soluzioni tecniche e un adeguato quadro amministrativo, legale e regolatorio» oltra a una «situazione politica e di opinione pubblica favorevoli». Se la review degli esperti nazionali promuove il rapporto del Jrc, quella dello Schreer è invece abbastanza critica su diversi punti per il quali ritiene necessari approfondimenti. Per esempio ritiene «superficiale» il confronto in termini di emissioni tra il nucleare e le altre tecnologie. Così come ritiene che le conseguenze del riscaldamento delle risorse idriche possano essere maggiori di quanto prevede il Jrc. Quanto alla radioattività, due sono i rilievi. Il primo riguarda il fatto che il 90% dell’uranio necessario alla Ue arriva da sette Paesi non-Ue nei quali non si può pensare di imporre facilmente regole europee in termini di prevenzione e controllo antinquinamento. La seconda, più rilevante, riguarda lo smaltimento dei rifiuti radioattivi e del combustibile esausto. Secondo il comitato di scienziati il rapporto Jrc non con tiene informazioni utili e dettagliate ed è «semplicistica» l’affermazione secondo cui gli standard di protezione necessari per proteggere l’uomo sono probabilmente sufficienti a proteggere anche le altre specie. Considerate le criticità legate alla complessità dello stoccaggio dei rifiuti ad elevata radioattività, da blindare sotto terra per migliaia di anni in depositi ad altissime profondità, e in assenza di casi concreti di cui si possa studiare l’intero il ciclo di vita, gli esperti indipendenti ritengono che questo rimanga «una questione aperta per la ricerca, con elevati livelli di incertezza». Forse Ursula von der Leyen avrebbe preferito non dover prendere questa decisione.



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