STUPIDA RAZZA

lunedì 6 dicembre 2021

Né con gli inquinatori né coi fan di Greta Serve un’ecologia che parli ai popoli

 

Sembrano ormai lonta-
nissimi i tempi delle enormi
manifestazioni scaturite, a
partire dal novembre 2018,
da due dei più rilevanti feno-
meni di protesta degli ultimi
anni: il movimento Fridays
for Future e i gilets jaunes. A
scavare un solco con quel re-
cente passato ha contribuito
ovviamente lirrompere del-
la pandemia da Covid-19, con
i suoi effetti sia sulle mobili-
tazioni di piazza sia sulle
priorità politiche. Ma non
solo: entrambi i movimenti
sembrano essere arrivati al-
lesaurimento, anche se non
è escluso che in futuro pos-
sano riattivarsi a fronte di
stimoli analoghi a quelli che
ne hanno sancito il succes-
s o.
Emblematico è il parallelo
- anche temporale - tra due
proteste che è difficile im-
maginare più diverse. Quella
intrapresa da Greta Thun-
b e rg di fronte al Parlamento
svedese, dal mese di agosto
in poi, diventa un fenomeno
di massa in novembre, con i
primi scioperi studenteschi.
Nello stesso mese, precisa-
mente il giorno 17, incomin-
cia la mobilitazione in Fran-
cia con i blocchi stradali e la
prima vittima, una manife-
stante sessantatreenne inve-
stita da unauto in Savoia
(mentre a dicembre si conte-
ranno ben dodici morti in
Francia e altri tre in Belgio,
con più di 1.800 feriti e 4.570
a r re s t i ) .
Tanto gli obiettivi quanto i
profili sociali dei parteci-
panti divergevano radical-
mente. Una circostanza che
ha portato i media a inqua-
drare fin da subito i due fe-
nomeni secondo frame op-
posti: da un lato, la speranza
dei giovani risvegliati, la
piazza colorata e festante be-
nedetta dal coro unanime
della stampa e delle istitu-
zioni; dallaltro, la rabbia de-
gli sconfitti della globalizza-
zione, il fumo di auto e nego-
zi in fiamme innalzato in
una coltre di sdegno. I «do-
mani che cantano» contrap-
posti agli ieri aggrappati a
certezze troppo vecchie. Si è
trattato dellulteriore atto di
una polarizzazione che or-
mai investe qualsiasi ambito
del politico, opponendo due
fazioni quanto mai disomo-
genee al loro interno ma ab-
bastanza riconoscibili negli
assetti generali. Possiamo
chiamarli «populisti» o «eli-
tisti», «sovranisti» o «libe-
ral», ma la sostanza non
cambia. Nel gioco delle ap-
p ro p r i a z io n i id e nt i ta r ie,
lambientalismo passa or-
mai per essere uno dei caval-
li di battaglia dei progressisti
illuminati contro i «deplore-
voli» di clintoniana memo-
ria.
In Francia il filosofo Jea n-
Claude Michéa, socialista li-
bertario e apologeta della ri-
volta in gilet jaune, ha conia-
to unetichetta per definire
un certo tipo di retorica am-
bientalista svincolata da
considerazioni ulteriori sui
sacrifici richiesti alle classi
medie nel bilanciamento tra
ecologia ed economia. È la
gauche kérosène, cioè lé l i te
che vive nelle Ztl urbane tra
viali alberati e lunghe piste
ciclabili e si sposta soltanto
in aereo, senza tuttavia ri-
nunciare a puntare il dito
contro i catorci inquinanti
dei plebei, rei di non volersi
convertire alla mobilità so-
stenibile per mancanza sia
di mezzi finanziari sia di al-
ternative trasportistiche.
Sebbene la protesta dei
«gilet gialli» non sia davvero
riconducibile a un unico fat-
tore coagulante, è degno di
menzione il fatto che a dar
fuoco alle polveri fosse stato
il rincaro dei carburanti
(+14% sul gasolio e +7% sulla
benzina) deciso dal governo
Philippe come misura anti-
inquinamento, insieme a
una stretta sulle revisioni
suscettibile di falcidiare me-
tà del parco auto francese.
[...]
È lecito, da destra o da
sinistra, contestare lipocri-
sia, linefficacia e li n iqu i tà
d i fo n d o d i c e r to m a i n -
stream con una poco convin-
cente verniciatura verde. Ma
chi se ne occupa dovrebbe
semmai porsi il problema di
come declinare la riflessione
in modo da assicurare al cit-
tadino comune che il costo
della transizione non peserà
tutto intero sulle sue spalle e
verrà invece saldato, in pro-
porzione, anche dai grandi
i n qu i n ato r i .

A maggior ragione se con-
sideriamo i risvolti «identi-
tari» del problema, ossia le
conseguenze dirette che la
scomparsa di colture ali-
mentari, la deforestazione o
lesaurimento delle risorse
del terreno e delle falde ac-
quifere produrranno in mi-
sura sempre più determi-
nante sulle ondate migrato-
r ie.
Non è tuttavia ciò che ve-
diamo accadere nel dibattito
pubblico e sui social. Vale la
pena citare, a tale riguardo,
ancora de Benoist:
«Il dramma è che le perso-
ne di destra spesso pensano
che a preoccuparsi del desti-
no del pianeta sia il mondia-
li smo (sì, li nqu ina mento
non si ferma ai confini!). Da-
to che amano contestare di-
scorsi ufficiali, contestano
persino quando ci sono le
prove. Gli scettici climatici
sono, a questo proposito, i
migliori alleati delle multi-
nazionali che distruggono la
Terra. Confondono il tempo
e il clima e credono che non
valga la pena preoccuparsi
del cambiamento climatico
poiché è naturale (c om e
tornado e terremoti!). Mi
fanno pensare ai surrealisti,
che sostenevano, in nome
del non conformismo, che
due più due potesse fare
qualsiasi cosa, ma non quat-
tro » .
In ballo comunque non cè
solo la questione di quel che
Timothy Morton ha definito
l « i p e ro g ge tt o » r i s c a l d a -
mento globale, ma anche i
riscontri innumerevoli e in-
controvertibili che abbiamo
a disposizione ormai da de-
cenni sul deterioramento
della fertilità dei suoli, lin-
quinamento di aria e acqua,
la progressiva scarsità di ri-
sorse idriche in molte aree
del mondo, il crollo della fer-
tilità in altre e la scomparsa
accelerata di molte specie
animali e vegetali nella m bi -
to della sesta estinzione di
massa.
Per rispondere a tutto
questo, anche in relazione
ad altre problematiche di
primo piano come limmi-
grazione, serve un ambien-
talismo che ritrovi sintonia
di lessico e concetti con le
preoccupazioni della gente
comune. Un ambientalismo
del 99%, «populista», o in
qualunque altro modo lo si
voglia chiamare. Che risco-
pra gli aspetti rivendicativi
del pensiero ecologista e
sappia indossare allo cc or-
renza il gilet giallo della pro-
te s ta. 

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