STUPIDA RAZZA

martedì 14 dicembre 2021

Settimana delle banche centrali: Bce colomba, Fed falco a metà

 

La tensione sui mercati finanziari è palpabile in questi giorni, e la debolezza mostrata ieri dalle Borse non contribuisce certo a nasconderla. Questa è del resto la settimana cruciale per le Banche centrali, con le quattro «big» - domani Federal Reserve Usa, giovedì Bce e Banca d’Inghilterra, venerdì Banca del Giappone - e non soltanto loro chiamate ad assumere decisioni chiave per il futuro e inevitabilmente suscettibili di conseguenze sugli investimenti. Quando si parla di Banche centrali si rischia spesso di fare di tutta l’erba un fascio, accomunando le loro politiche monetarie. (Di sicuro nel corso del 2022 che sta per iniziare le loro scelte saranno molto meno espansive rispetto a quelle del recente passato poiché parte dell’emergenza Covid è venuta meno e ci sarà anche da affrontare il conseguente ritorno dell’inflazione, la cui natura ancora fatica a essere compresa in pieno.) (NON NE SAREI COSI' CONVINTO !) Le differenze sono però sensibili: c’è per esempio chi come il Brasile ha aumentato il costo del denaro dell’1,5% in un colpo solo la scorsa settimana, agendo per la settima volta da inizio anno; chi procede a piccoli passi come Russia e Messico, ma è già almeno al quarto rialzo in questo 2021; chi infine molto probabilmente non metterà mano ai tassi neanche nell’arco dei prossimi 12 mesi. Per navigare in modo più tranquillo attraverso le acque agitate degli istituti centrali, gli economisti di Allianz Global Investors hanno provato a tracciate una mappa che suddivide gli organismi deputati a guidare la politica monetaria nelle diverse aree del mondo. Quattro sono in particolare le diverse categorie, dalla più aggressiva alla più accomodante, che vanno a ricomporre un’ideale fotografia in modo da immortalare chi sta «davanti» o «dietro la curva», per dirla col gergo del mercato. Fra gli ipotetici «falchi» non sorprende di incontrare, oltre la Norvegia, in genere Banche centrali che appartengono al mondo emergente. «In queste aree le dinamiche inflazionistiche sono spesso ancora più complesse che nei Paesi più avanzati e in molti casi le decisioni sono esacerbate anche dalla necessità di difendere valute più deboli», spiega Ingo Mainert, Cio Multi Asset Europe di Allianz Global Investors. «Ci sono poi Paesi – aggiunge l’economista - come la Corea del Sud dove l’attenzione alla stabilità finanziaria è particolarmente accentuata e spinge ulteriormente verso azioni di politica monetaria restrittive». Chi ha maggior peso – la Federal Reserve in primo luogo, ma anche la Banca d’Inghilterra - viaggia invece ancora nelle retrovie: si sono cioè date indicazioni che vanno nella direzione di un atteggiamento meno accomodante, ma ancora non si è passati ai fatti. Non per questo però  le loro decisioni sono meno al centro dell’attenzione: «Negli Stati Uniti e nel Regno Unito  le Banche centrali dovranno diventare più aggressive nella loro stretta monetaria, poiché diventa sempre più ovvio che l’inflazione è un fenomeno più permanente di quanto inizialmente si potesse pensare, soprattutto in un contesto di quasi piena occupazione e quindi di pressione salariale».(MI SCAPPA DA RIDERE !) Comprensibile quindi pensare a una sorta di influenza e di trascinamento che Londra e Washington, con la loro importanza, potrebbero esercitare su chi resta più indietro nell’azione. Inevitabile che a questo punto il pensiero voli verso la Bce, all’interno del cui Consiglio i «falchi» storicamente non mancano, ma sui riflessi «condizionati» dell’Eurotower continua ad aleggiare un certo scetticismo. «La Bce non sembra al contrario avere fretta di porre fine alla sua politica di tassi di interesse bassi»,  che arriva pure a qualche concessione: «A nostro avviso – azzarda – i banchieri ridurranno i riacquisti senza parlare di tapering, molto probabilmente iniziando a sospendere il programma di emergenza pandemico Pepp entro la fine di marzo e incrementando a compensazione parziale le operazioni nell’ambito del piano tradizionale Pspp». Nell’Eurozona gli aumenti dei tassi restano però a suo avviso «improbabili per il 2022».(CONDIVIDO !) Con buona pace di chi, dalla Germania e da altri Paesi nordici, ha già da tempo ricominciato a esercitare pressione.

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