Il conflitto tra Russia e Ucraina impatta sulla filiera metallurgica italiana con effetti dirompenti in particolare per le fonderie, che denunciano il rischio di restare senza pani di ghisa nel giro di poche settimane. L’attuale teatro di guerra è un'area che, per la presenza storica di produttori di peso, costituisce da sempre un serbatoio fondamentale per il funzionamento dell’industria europea; a questa componente si affianca inoltre un'economia russa a rischio paralisi per le sanzioni. L'effetto combinato è destinato a cambiare gli equilibri soprattutto per la filiera italiana, visto che da questi due mercati vengono sdoganate all'interno della Penisola più della metà delle materie prime e dei semilavorati complessivamente venduti dagli stessi in Europa. I due Paesi, spiega il responsabile dell’Ufficio Studi di Siderweb, Stefano Ferrari, «sono grandi protagonisti nel settore della ghisa, con la Russia che esporta in media 4,5 milioni di tonnellate nel mondo (con una quota del 40% sul mercato mondiale) e l’Ucraina che si attesta oltre i 2 milioni. Messi insieme rappresentano oltre il 53% dell’export globale di ghisa». Inoltre la Russia esporta in media circa 15 milioni di tonnellate di semilavorati, ai quali se ne aggiungono circa 9 provenienti dall’Ucraina. Per quanto riguarda i volumi in ingresso in Italia, si tratta di circa 2,5-2,7 milioni di tonnellate per ciascun paese, prevalentemente semilavorati e materie prime. La Russia ha una quota del 20,7% sul totale dell’import siderurgico italiano, per l’Ucraina è di oltre il 50%. Difficile al momento stimare le conseguenze di lungo periodo sul mercato. «Di certo - aggiunge Ferrari - ci si dovrà aspettare l’aumento dei prezzi di materie prime come ghisa, Dri, rottame, bramme e prodotti piani al carbonio, oltre a ulteriori incrementi dei costi produzione per i rincari di energia e nickel». Senza trascurare possibili ricadute indirette sui prezzi di prodotti provenienti dalla Turchia, a sua volta forte importatore di materie prime dalle aree interessate al conflitto. Intanto alcuni impianti di produzione in Ucraina si sono già fermati. ArcelorMittal ha annunciato nei giorni scorsi di avere deciso di fermare l'attività nell'acciaieria di Kryvyi, il più grande complesso sul territorio, con una capacità di circa 6 milioni di tonnellate. Anche Metinvest, principale player con bandiera ucraina, ha fermato alcune produzioni nella parte orientale del Paese. «Gli altri impianti, quelli nella zona dell’Ucraina più vicina all’Ue, stanno ancora funzionando» ha spiegato durante un webinar, organizzato sempre da Siderweb, Antonio Marcegaglia, presidente dell'omonimo gruppo, da tempo cliente del gruppo ucraino e di altri operatori di quell'area. «Anche la produzione russa - ha aggiunto - per il momento pare continuare e stiamo cercando di capire se le conseguenze di eventuali sanzioni si applicheranno anche ai contratti già in essere o solo ai nuovi accordi. Da tempo stiamo lavorando con stock alti, per cui almeno nel breve periodo non dovremmo avere problematiche particolari». Per quanto riguarda l’Italia «per il nostro gruppo l’impatto sui coils sarà marginale, mentre per le bramme e per le lamiere da treno abbiamo iniziato ad approvvigionarci anche da aree diverse. Si cercherà di privilegiare catene di fornitura sempre più corte. Credo - ha concluso - che alla fine di questo conflitto inevitabilmente perderemo per un po' la Russia come partner commerciale, mentre l’Ucraina dovrebbe avvicinarsi maggiormente rispetto al passato». Il forte interscambio e legame tra queste aree e l'Italia ha costretto invece altri operatori, come la friulana Pittini, a una serie di stop&go nei giorni scorsi, a causa delle difficoltà di approvvigionamento che si sommano al caro energia; lo stop ai forni legato al caro-bollette è comunque un fenomeno diffuso in tutte le acciaierie italiane in queste ore. E anche le fonderie italiane hanno denunciato una situazione fuori controllo, segnalando difficoltà di approvvigionamento della ghisa in pani. Gli stock - è l'allarme dei produttori - potrebbero esaurirsi in tempi più o meno rapidi, in una forchetta che va da alcune settimane a pochi mesi. «Alcune aziende sono già rimaste senza ghisa – commenta il presidente Fabio Zanardi –. Il nostro timore è che i blocchi produttivi ucraini e le sanzioni contro la Russia possano provocare nuovi shock sul lato dell'offerta di materie prime e di semilavorati, determinando impatti devastanti sui prezzi e sulle potenzialità di fornitura di commodities necessarie alle nostre filiere produttive». Il presidente di Assofond ricorda il rischio di nuovi problemi logistici. «I porti sul Mar Nero sono, al tempo stesso a rischio blocco o peggio obiettivo militare - spiega -. Entrambe le condizioni potrebbero pregiudicare le spedizioni di metalli e di altre materie prime verso i poli di destinazione nel Mediterraneo e quindi in Italia». Questo nuovo fronte emergenziale si somma alla questione energetica che già dalla fine dell'anno scorso sta mettendo in difficoltà le fonderie. Assofond valuta inevitabili ripercussioni sulla produzione come anche sulla marginalità delle imprese.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
STUPIDA RAZZA
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