Gli Stati Uniti premono per sfoderare quella che può diventare l’ultima, grande arma nell’arsenale delle sanzioni economiche e finanziarie in risposta all’aggressione russa
all’Ucraina: un embargo energetico, il blocco dell’import di greggio
e derivati targati Mosca da parte di
Washington e paesi alleati.
Il Segretario di Stato Antony
Blinken, reduce da un viaggio europeo, lo ha messo nero su bianco:
ha rivelato «attive discussioni»
con alleati e partner sottolineando
le azioni finora intraprese assieme. Senza escludere messe al bando unilaterali. L’amministrazione
è in stretto contatto con il Congresso dove è in preparazione una
legge per bloccare l’oro nero di
Vladimir Putin.
La rete di severe sanzioni contro il Cremlino ha traumatizzato
l’economia russa ma non ha ad oggi spinto Putin a desistere dalla
brutale invasione. Il greggio, agli
occhi della Casa Bianca, rappresenta tuttavia un asset cruciale per
il Cremlino: è considerato il maggior esportatore di petrolio e derivati, pari al 7% del fabbisogno globale; secondo alle spalle dell’Arabia Saudita nel solo greggio; e terzo produttore alle spalle degli
stessi Usa e di Riad.
La nuova azione non è facile né
indolore per gli alleati. Se può
avere significativo impatto oltre
che per l’Europa per il Giappone
(Mosca è il quinto fornitore di
greggio di Tokio), ha ripercussioni anche per Washington. Bank of
America prevede che la chiusura
forzata dei rubinetti di Mosca creerebbe una carenza globale di almeno 5 milioni di barili al giorno,
spingendo i prezzi del greggio, già
volati oltre i cento dollari al barile,
verso i 200 dollari.
Non solo: gli Usa bruciano di
gran lunga la maggior quantità di
benzina al mondo, i cui prezzi alla
pompa, oltre 4 dollari al gallone,
sono ormai ai massimi dal 2008. E
nonostante la rivendicata autosufficienza energetica (nel 2020 per la
prima volta dal 1949 l’export ha superato l’import), in realtà per un
ventaglio di ragioni economiche,
geografiche e logistiche importano
oltre che esportano greggio e derivati. Anche dalla Russia.
L’anno scorso Washington ha
importato in media 209.000 barili
al giorno di greggio (record da anni) e mezzo milione di barili di altri
prodotti petroliferi da Mosca – per
un totale di oltre 700.000. Anche se
l’oro nero targato Russia rappresenta circa il 3% dell’intero import
e l’1% dei 15,1 milioni di barili quotidiani trattati dalle raffinerie americane, stando ai dati dell’associazione di settore American Fuel & Petrochemical Manufacturers
(Afpm). La governativa Energy Information Administration fa lievitare la quota ad una media mensile
dell’8% considerando l’insieme dei
carburanti liquidi dal Cremlino.
Il più grande fornitore Usa di
greggio è di gran lunga il limitrofo
e sicuro Canada, che conta per il
61% dell’import, seguito dal 10% di
un’altra nazione confinante, il
Messico, e dal 6% di Riad. Una fotografia dettagliata degli arrivi russi
mostra però potenziali tensioni e
squilibri più ancora delle grandi cifre. Stando alla Afpm, le raffinerie
della costa ovest contano su import
di greggio leggero e a basso contenuto di zolfo per costi e difficoltà
d’accesso a quello estratto nel cuore degli Usa. Nell’epicentro dell’industria petrolifera americana lungo il Golfo del Messico - per ragioni
sempre di costi, di maltempo o altri
ostacoli alla produzione limitrofa
– dalla Russia giunge anzitutto
greggio più “pesante” da trattare in
grandi e sofisticate raffinerie. Alla
costa orientale sono infine destinati benzina e altri derivati - da
diesel a carburante per aerei - data
una scarsa capacità locale di raffinazione e infrastrutture di trasporto inadeguate per l’approvvigionamento domestico: Mosca rappresenta oltre un quinto dell’import
Usa di benzina e componenti, per
l’80% destinato all’est americano.
Anche per questo l’amministrazione di Joe Biden ha fatto scattare
nuove per quanto incerte manovre
diplomatiche, che potrebbero isolare Mosca e alleviare l’impatto di
stop al suo greggio, da colloqui con
il Venezuela a rilanci di ipotesi
d’accordo con l’Iran.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
STUPIDA RAZZA
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