STUPIDA RAZZA

mercoledì 9 marzo 2022

Gli Stati Uniti verso lo stop al petrolio dalla Russia

Gli Stati Uniti premono per sfoderare quella che può diventare l’ultima, grande arma nell’arsenale delle sanzioni economiche e finanziarie in risposta all’aggressione russa all’Ucraina: un embargo energetico, il blocco dell’import di greggio e derivati targati Mosca da parte di Washington e paesi alleati. Il Segretario di Stato Antony Blinken, reduce da un viaggio europeo, lo ha messo nero su bianco: ha rivelato «attive discussioni» con alleati e partner sottolineando le azioni finora intraprese assieme. Senza escludere messe al bando unilaterali. L’amministrazione è in stretto contatto con il Congresso dove è in preparazione una legge per bloccare l’oro nero di Vladimir Putin. La rete di severe sanzioni contro il Cremlino ha traumatizzato l’economia russa ma non ha ad oggi spinto Putin a desistere dalla brutale invasione. Il greggio, agli occhi della Casa Bianca, rappresenta tuttavia un asset cruciale per il Cremlino: è considerato il maggior esportatore di petrolio e derivati, pari al 7% del fabbisogno globale; secondo alle spalle dell’Arabia Saudita nel solo greggio; e terzo produttore alle spalle degli stessi Usa e di Riad. La nuova azione non è facile né indolore per gli alleati. Se può avere significativo impatto oltre che per l’Europa per il Giappone (Mosca è il quinto fornitore di greggio di Tokio), ha ripercussioni anche per Washington. Bank of America prevede che la chiusura forzata dei rubinetti di Mosca creerebbe una carenza globale di almeno 5 milioni di barili al giorno, spingendo i prezzi del greggio, già volati oltre i cento dollari al barile, verso i 200 dollari. Non solo: gli Usa bruciano di gran lunga la maggior quantità di benzina al mondo, i cui prezzi alla pompa, oltre 4 dollari al gallone, sono ormai ai massimi dal 2008. E nonostante la rivendicata autosufficienza energetica (nel 2020 per la prima volta dal 1949 l’export ha superato l’import), in realtà per un ventaglio di ragioni economiche, geografiche e logistiche importano oltre che esportano greggio e derivati. Anche dalla Russia. L’anno scorso Washington ha importato in media 209.000 barili al giorno di greggio (record da anni) e mezzo milione di barili di altri prodotti petroliferi da Mosca – per un totale di oltre 700.000. Anche se l’oro nero targato Russia rappresenta circa il 3% dell’intero import e l’1% dei 15,1 milioni di barili quotidiani trattati dalle raffinerie americane, stando ai dati dell’associazione di settore American Fuel & Petrochemical Manufacturers (Afpm). La governativa Energy Information Administration fa lievitare la quota ad una media mensile dell’8% considerando l’insieme dei carburanti liquidi dal Cremlino. Il più grande fornitore Usa di greggio è di gran lunga il limitrofo e sicuro Canada, che conta per il 61% dell’import, seguito dal 10% di un’altra nazione confinante, il Messico, e dal 6% di Riad. Una fotografia dettagliata degli arrivi russi mostra però potenziali tensioni e squilibri più ancora delle grandi cifre. Stando alla Afpm, le raffinerie della costa ovest contano su import di greggio leggero e a basso contenuto di zolfo per costi e difficoltà d’accesso a quello estratto nel cuore degli Usa. Nell’epicentro dell’industria petrolifera americana lungo il Golfo del Messico - per ragioni sempre di costi, di maltempo o altri ostacoli alla produzione limitrofa – dalla Russia giunge anzitutto greggio più “pesante” da trattare in grandi e sofisticate raffinerie. Alla costa orientale sono infine destinati benzina e altri derivati - da diesel a carburante per aerei - data una scarsa capacità locale di raffinazione e infrastrutture di trasporto inadeguate per l’approvvigionamento domestico: Mosca rappresenta oltre un quinto dell’import Usa di benzina e componenti, per l’80% destinato all’est americano. Anche per questo l’amministrazione di Joe Biden ha fatto scattare nuove per quanto incerte manovre diplomatiche, che potrebbero isolare Mosca e alleviare l’impatto di stop al suo greggio, da colloqui con il Venezuela a rilanci di ipotesi d’accordo con l’Iran.


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