N ell’ottobre del 1973 il mondo consumava 57 milioni di barili giorno (mbg) di petrolio, oggi, mezzo secolo dopo, 100 mbg e siamo ripiombati nell’angoscia di quei giorni, perché si torna a parlare di embargo. Allora fu dell’Opec contro gli Stati Uniti, ma risparmiò l’Europa. Magra consolazione, perché i prezzi esplosero in tutto il mondo, anche in Italia. Oggi si parla di blocco delle esportazioni dalla Russia, che colpirebbe soprattutto l’Unione Europea, perché dipende da Mosca per il 34% dei suoi consumi di petrolio, quasi 4 milioni di barili rispetto agli 11 che consuma. Gli Usa oggi comprano dalla Russia solo 0,7 mbg, il 3% dei consumi petroliferi di 21 mbg. Nel 1973, l’embargo Opec fu deciso dopo la guerra dello Yom Kippur dell’ottobre 1973 perché Nixon decise di aiutare Israele con l’invio di armi. Allora per gli Usa volle dire un ammanco di 3 mbg sui 17 che consumavano e fu uno shock che causò la prima profonda recessione del dopoguerra e spinse lo stesso presidente Nixon a creare l’International Energy Agency, quale organizzazione dei Paesi consumatori da contrapporre all’Opec. Poi annunciò, con storica conferenza stampa televisiva, il programma Oil Indipendence, in base al quale gli Usa si sarebbero dovuti completamente liberare dalla dipendenza dalle importazioni di petrolio da lì a sei anni, entro il 1980. In realtà questa indipendenza nemmeno oggi è completamente raggiunta, anche se ci sono arrivati vicini, grazie all’industria petrolifera, e alla sua fratturazione idraulica, o fracking, che ha permesso di raddoppiare la produzione interna di petrolio verso i 18 mbg. Per questo, la tentazione di Biden è molto forte nell’imporre un embargo alla Russia; del resto scelta coerente con quanto fatto per anni, per molto meno, nei confronti dell’Iran. Tuttavia, il presidente non può dimenticare che il prezzo del petrolio, a differenza di quello del gas - diverso questo in Europa e negli Usa - è uno solo a livello mondiale, anche se si manifesta su due qualità di riferimento, l’americano West Texas Intermediate e l’europeo Brent, legatissimi da un premio sempre costante del secondo sul primo di 2-3 dollari. Se Europa e Usa devono smettere di comprare circa 4 mbg di petrolio russo e rimpiazzarlo con acquisti da altri produttori sarà impossibile, perché di capacità inutilizzata per tale ammontare al mondo non ce n’è. Già nei mesi scorsi si lamentava carenza perché la domanda stava tornando sopra i livelli pre-pandemia (appunto di 100 mbg), in presenza di scarsità di capacità produttiva inutilizzata, scesa verso i 2,5 mbg, tutti concentrati in Medio Oriente, in particolare in Arabia Saudita. Un blocco delle esportazioni della Russia di 7 mbg (le seconde al mondo dopo quelle dell’Arabia Saudita), determinerebbe uno shock dei prezzi simile a quello degli anni 70 e ciò porterebbe il barile dai valori già alti di oggi (intorno ai 120 $) verso la soglia dei 200. Certo, maggiori volumi di petrolio russo potrebbero andare verso l’India e la Cina, che smetterebbero di comprare dal Medio Oriente, liberando così volumi per l’Europa. Non è però tutto così semplice, perché le esportazioni di greggio e prodotti russi sono principalmente dal Mar Nero, ora bloccato, e dal Baltico, e reindirizzare le navi verso l’Asia non sarà facile. Poi, gli alti prezzi di questi giorni spingerebbero i produttori di petrolio americani, un po’ risentiti con Biden per i divieti ambientali, a riprendere a perforare a pieno ritmo, e ciò aiuterebbe maggiori esportazioni dagli Usa, anche verso l'Europa. Però, per Biden è troppo pericoloso l’embargo. Possibile che non si ricordi di quanto può fargli male un barile a 200 dollari? Vorrebbe dire un prezzo della benzina, il prodotto più importante per gli americani, a 6 dollari per gallone. Già in questi giorni la media nazionale ha toccato i 4 dollari, pari a 1 € per litro, soglia psicologica che fa arricciare il naso agli elettori, drogati di benzina con i loro giganteschi pickup con cilindrata intorno ai 6 mila centimetri cubi, che con un litro fanno 5 chilometri. Il loro prezzo è da confrontare col nostro di 2,1 € per litro in questi giorni, differenza interamente dovuta al fatto che loro applicano una tassazione modesta e che, anzi, in questi giorni, stanno dibattendo se eliminare. Per noi le tasse contano per più della metà del prezzo, circa 1 € per litro. Ma se si fa l’embargo sul petrolio, allora diventa inevitabile anche quello sul gas, e qui l’Europa sta ancora peggio, perché, come tutti ormai sanno, il 40% del gas che consuma viene dalla Russia. Il legame fisico con il gas via tubo impedisce qualsiasi compensazione, se non marginale, via nave, con un ammanco verso l’Europa da 150 miliardi di metri cubi che non è nemmeno concepibile. Gas e petrolio sono accumunati dal fatto che nelle loro industrie attualmente non c’è capacità produttiva inutilizzata, perché di investimenti non ne sono stati fatti negli ultimi anni, un po’ per il fatto che i prezzi erano bassi, un po’ per la pressione della finanza e della politica che vuole, spera e sogna, la fine veloce dei fossili. Il cattivo e sporco carbone, quello che consente al di fare quasi il 40% dell’elettricità consumata a livello globale, si trova nelle stesse condizioni, con prezzi che sono prossimi ai 400 dollari per tonnellata, anche questi circa 10 volte i valori normali. La ragione principale del balzo è l’arresto delle esportazioni dal Mar Nero dalla Russia. I prezzi del gas in Europa si sono stabilizzati sopra i 220 € per megawattora, quasi tre volte i valori dei giorni precedenti la guerra, e oltre 12 volte i valori di un anno fa. I prezzi dell’elettricità, trascinati dal gas, hanno frantumato limiti assurdi verso i 600 € per megawattora, oltre 10 volte i prezzi di un anno fa. Negli Stati Uniti, invece, fa un po’ rabbia vedere un’estrema calma, con il gas ad Henry Hub, il mercato più liquido ed importante del mondo, che quota a 15 € per megawattora il gas, mentre per l’elettricità i prezzi si mantengono intorno ai 40 € per megawattora. Non si tratta solo di mercati di commodities o di strumenti finanziari, sono le quotazioni che poi vanno a fare le bollette dei consumatori finali. Il prezzo dell’elettricità per noi italiani, uno dei più alti in Europa, è di 46 centesimi per chilowattora, ma con i recenti prezzi è destinato quasi a raddoppiare. Attualmente a New York è di 20 €cent, uno dei più alti negli Usa, mentre nel Nebraska non arriva a 10 €cent. Le imprese da noi attualmente si vedono arrivare fatture con prezzi da 35 €cent per chilowattora, mentre negli Usa la media nazionale è di 6 €cent per chilowattora. La tragedia che sta vivendo l’Europa ha nell’energia una delle sue più drammatiche manifestazioni, mentre il sogno che la Russia potesse un giorno essere il nostro Texas è sepolto dai cingolati dei carrarmati tornati a correre a ovest.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
STUPIDA RAZZA
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