STUPIDA RAZZA

lunedì 6 dicembre 2021

L’economia neoindustriale accelerata dal digitale

 

La sola certezza è che il nuovo
millennio esordisce con una
grande trasformazione. Le
ipotesi che aiutano a guardare
avanti sono costantemente
discusse dai fatti, proprio
mentre molti si lasciano tentare
dalla pratica di tralasciare i fatti
per abbandonarsi alle opinioni,
più o meno manipolatorie. Una
sana abitudine, in queste
circostanze, è coltivare la
disponibilità a modificare la
narrativa che aiuta a mettere in
fila i fatti, nel tentativo di
aggiustare al cambiamento
l'idea di futuro, per renderla più
pratica che ideologica.
Una modifica emergente della
narrativa è spiegata da Aldo
Bonomi nella sua introduzione
al volume da lui curato “Oltre le
mura dell'impresa. Vivere,
abitare, lavorare nelle
piattaforme territoriali”
(Comunità concrete, 2021).
Bonomi legge l'economia in una
prospettiva che passa dal post-
industriale al neo-industriale.

Non solo le macchine
automatiche si candidano a
sostenere il ritorno della
produzione più vicino ai mercati
di sbocco. Ma altre strutture -
come ospedali, università, fiere -
tendono a diventare come
fabbriche che producono servizi
in una logica neo-industriale. Il
che si comprende nel contesto
che emerge dal fenomeno che
probabilmente sottende la
digitalizzazione: la produzione
anche materiale si rilancia
inquadrandosi nella
smaterializzazione delle
sorgenti del valore che Roberto
Siagri racconta nel suo libro “La
servitizzazione. Dal prodotto al
servizio per un futuro
sostenibile senza limiti alla
crescita” (Guerini 2021). Il
digitale abilita il passaggio dalla
vendita del prodotto alla vendita
del prodotto che contiene servizi
e, poi, alla vendita dell'uso del
prodotto, per arrivare a vendere
le prestazioni del prodotto. La
smaterializzazione consente la
crescita pur in presenza di
risorse materiali limitate,
sostiene Siagri.
Ma queste tendenze di fondo,
sulle quali si appoggiano
considerazioni ben fondate,
sono a loro volta sfidate, anche
se non sempre vinte, dai
cambiamenti inattesi che si
manifestano. Come mostra il
Censis nel suo 55° rapporto. La
pandemia, preconizzata in
teoria ma inaspettata in pratica,
ha generato contraccolpi che il
Censis si sforza di interpretare.
C'è ormai l'esperienza della
frequenza con la quale si
manifestano crisi profonde alla
quale si accompagna il timore
della fragilità del loro
superamento. Sicché, sostiene il
Censis, la transizione,
caratteristica del passaggio
attuale, si trasforma in occasione
nel momento in cui ci si accorge
che la ripresa avviene più per
progetto che per evoluzione.

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