STUPIDA RAZZA

martedì 23 novembre 2021

«I miliardi del Pnrr? Dramma per l’Italia che non sa spenderli»

 

PIANO NAZIONALE DI RIPRESA NEL RETTO !

«Giochiamo a carte scoperte. Io sono un sincero europeista. Cosa devo aspettarmi da questa intervista con la Ve rità?». Ferdinando Nelli Feroci, ambasciatore, accademico e già rappresentante permanente d’Italia presso l’Ue di cui è stato anche commissario sotto la presidenza Barroso (sostituendo Antonio Tajani) coi modi garbati da diplomatico esperto vuole definire le regole d’ingaggio, come si dice nel gergo degli esperti di politica estera e militare. Chiaro, didascalico e lineare. È la persona giusta per raccontarci tante cose: dalle criticità del Pnrr al cosiddetto Trattato del Quirinale fra Italia e Francia. Di cui soltanto la Ve rità , in splendida solitudine, si sta occupando. La pandemia ha acuito gli squilibri nell’Unione Europea? «Uno shock simmetrico - perché ha colpito tutti i paesi del mondo - che ha prodotto effetti asimmetrici. Ne hanno maggiormente sofferto quei Paesi la cui struttura economica dipendeva da settori colpiti dalla pandemia come il turismo. Lo si è visto anche in Europa. E i criteri di attribuzione delle risorse del Recovery hanno privilegiato proprio i paesi più colpiti dalla pandemia. All’Italia sono assegnate risorse insolitamente superiori rispetto a quelle che avrebbe avuto in condizioni normali». Il patto di stabilità è stato parzialmente sospeso. Per gli europeisti è la prova che nel momento del bisogno «l’Europa c’è!». Per noi «gelidi antipatizzanti» (per dirla alla Mattarella) che quelle regole erano sbagliate. Altrimenti non le avremmo sospese. «La sospensione delle regole in materia di disciplina di bilancio, è stata opportuna e soprattutto tempestiva. Nessun Stato membro ha sollevato obiezioni su questa proposta della Commissione. Più che sbagliate quelle regole riflettevano una fase storica ora archiviata. Eccessivamente rigorose certo e con effetti prociclici. Ma va anche riconosciuto che consentivano margini di flessibilità che ne hanno consentito pure l’attuale sospensione». Nel 2023 torneremo alle vecchie regole. Ritiene possibili dei cambiamenti? Le chiedo un’o pi nion e ma soprattutto una previsione. «Prevedo modifiche non radicali. Non mi aspetto revisioni dei trattati. L’impianto complessivo del trattato di Maastricht rimarrà immutato. Si potrà intervenire sulla legislazione cosiddetta secondaria. Una revisione parziale di quei regolamenti adottati che avevano rafforzato il Patto di Stabilità dopo il 2008. Ad esempio, intervenendo sulla regola sulla riduzione del debito di un ventesimo ogni anno, che nelle presenti circostanze mi sembra del tutto irrealistica». La discussione su queste modifiche necessita dell’assenso di 27 parlamenti nazionali? «Non necessariamente. Modificando la legislazione secondaria, come detto, sarebbe sufficiente una maggioranza qualificata in seno al Consiglio condivisa col Parlamento europeo. Ipotizzando una revisione dei Trattati servirebbero le ratifiche nazionali. Anche per questo, dati i tempi, la ritengo politicamente impraticabile». Il Mes ha proposto una modifica al tetto del debito dal 60% al 100%. Noi della Ve rità abbiamo espresso qualche riserva a partire dal fatto che si possa fare, come ipotizzato, senza ratifica dei parlamenti naz io n a l i . «Se ricordo bene quel limite del 60% per il debito pubblico è stato definito in un protocollo, allegato al Trattato di Maastricht. La sua revisione equivarrebbe ad una modifica dei trattati e quindi la ratifica dei parlamenti nazionali sarebbe necessaria». Dalla regola sul debito al debito in sé. Le chiedo una riflessione. «Il nostro debito è cresciuto insieme al debito di tantissimi altri. E con un certo consenso. Fenomeno italiano, europeo e addirittura mondiale. Dal 130 grosso modo al 160, complice anche la riduzione del Pil». Nel 2008 scoppia la grande crisi finanziaria. Il Pil dell’eurozona era quasi pari a quello americano. Nel 2019 era poco più della metà. «Due considerazioni. Una strutturale che attiene al diverso dinamismo delle due economie. Ed una più congiunturale relativa alla capacità di risposta alla crisi. Negli Usa il sistema decisionale è molto più centralizzato. Obama, appena insediato alla Casa Bianca, fece approvare un pacchetto di aiuti straordinari al sistema bancario. La risposta americana fu molto più rapida e sono usciti da quella crisi molto più velocemente di noi, grazie anche al massiccio intervento di fondi pubblici. Da noi, purtroppo, per le difficoltà del processo decisionale europeo, i tempi furono più lunghi e le incertezze maggiori». Chissà che non accada lo stesso dopo la pandemia. Lei che conosce la macchina amministrativa europea ci dice se è vero che Francia e Germania hanno più uomini nei posti chiave rispetto all’Ita l i a? «In realtà il paese più capace di piazzare suoi uomini nelle posizioni chiave era il Regno Unito. Che ora non c’è più. Avevano una strategia efficace di occupazione delle posizioni chiave anche ai livelli non apicali. Noi non abbiamo una tradizione di investimento sulle posizioni chiave negli organismi internazionali. Con due eccezioni tuttavia straordinarie. Mario Draghi alla presidenza della Bce e Paolo Gentiloni come commissario agli affari economici. Due posizioni eccezionalmente rilevanti ricoperte da uomini capaci e che stimo». Il Pnrr è un piano strao rdi na ria mente ampio. È stato studiato a Bruxelles. Non vi è il rischio che sia un abito taglia unica per tutti? A qualcuno starà un po’meglio che ad altri. «Rischio che personalmente non vedo. In sede europea sono state definite due grandi direttrici: la transizione ecologica e quella digitale. A queste si aggiunge l’inclusio - ne sociale. A queste linee guida si ispirano i singoli piani nazionali che sono stati peraltro elaborati con un dialogo molto costante, intenso e quasi quotidiano tra governi e Commissione». Comunque, le riforme da fare sono state già tutte scritte nel Pnrr. Già oggi il dibattito parlamentare è precluso a colpi di fiducia a causa delle scadenze e chi non si adegua non riceverà i fondi. Ci troviamo di fronte ad un’e f fettiva privazione di sovranità nei singoli s tati ? «In linea di principio - anche se non lo trovo praticabile - un governo può sempre rinunciare alle riforme e quindi ai fondi. Ma in tutta onestà, chi può opporsi alla sensatezza di quegli obiettivi? Sono riforme che mirano a migliorare la competitività del sistema paese, ad esempio con un miglior funzionamento della pubblica amministrazione e della giustizia. È nella declinazione pratica di questi obiettivi che ci si può dividere. Il fatto che la necessità di queste riforme sia stata definita in un piano negoziato in sede europea può anzi facilitare il raggiungimento degli obiettivi e superare le resistenze corporative. Il Pnrr è concretamente attuabile, stante l’acclarata difficoltà italiane nello spendere i fondi europ ei ? «Quasi un dramma nazionale. La nostra capacità di impegno e di spesa dei fondi europei a partire da quelli strutturali è ridotta. Abbiamo amministrazioni centrali e locali non attrezzate in termini di risorse e capacità amministrative per impegnare e spendere bene i fondi europei. Non a caso nell’am - bito del Pnrr una quota dei fondi disponibili è destinata all’a ssu nzione di personale». Ridotto spesso nel nome dell’au - sterità. Cambio tema. L’Ue deve avere un suo esercito? «Chiariamo alcuni equivoci. Si sta faticosamente cercando di dotare l’Ue di una capacità in campo militare. Un rafforzamento della capacità di intervento dell’Un io n e europea in situazioni di crisi con strumenti militari. Esempio di scuola: mandando una forza di intervento militare in Libia per consolidare un cessate il fuoco e un processo politico di riconciliazione. La difesa in senso stretto rimane una responsabilità degli stati membri nella loro sovranità ed in seconda battuta dell’al lean za atl a nt ic a » . Chi sogna ad occhi aperti gli Stati Uniti d’Europa lo fa sapendo che i tedeschi non ne vogliono proprio sapere come disse Angela Merkel in un’intervista del 2020. « L’Ue non è una federazione di stati, ma qualcosa di più che una confederazione di stati indipendenti. Un modello ibrido e del tutto sui generis. Su alcuni temi, ad esempio, la politica commerciale e l’economia, l’integrazione è tale da far sembrare l’Ue una federazione. Ma vi sono autorevoli interpretazioni del modello europeo inteso come Europa delle patrie. Questa ambiguità sul modello “costituzio - n a l e” europeo alimenta interpretazioni discordanti. Non caso l’impe - gno contenuto nel trattato di Lisbona per una ever closer union non riscuote un consenso unanime» Sta arrivando l’inflazione. E la Germania chiede che la Bce alzi i tassi. Questo peserà sulla sostenibilità del nostro debito? «È il tema più sensibile e delicato. Qui negli Stati Uniti, parlo da Washington, la Federal Reserve ha annunciato la prossima stretta monetaria; il cosiddetto tap e ri n g . La bonanza sta finendo. Il nostro debito è sostenibilissimo. Non vedo problemi. Ma in Europa servirà molta cautela e progressività nel cambiare la direzione di marcia della politica monetaria se si vorranno evitare traumi alle nostre e c o n o m ie » . Sta per essere sottoscritto il cosiddetto trattato del Quirinale fra Francia e Italia. Ce lo spiega? «Da quel che ne so dovrebbe essere un accordo che definisce un impegno di regolare e periodica consultazione tra i due governi. E voi avete giustamente sottolineato il fatto che non ci sia stata sufficiente comunicazione istituzionale. Se io avessi delle responsabilità di governo mi premunirei di informare preliminarmente il parlamento prima della firma. Proprio in considerazione della natura dell’accor - do, ciò sgombrerebbe il campo dagli equivoci. Un’intesa bilaterale che comunque non mi preoccupa. Anzi va nell’interesse nazionale. Dovremmo fare altrettanto con la Germania. Con cui abbiamo rapporti economici e commerciali anche più intensi. Ma non facciamoci illusioni. Le nostre intese con Francia ed eventualmente Germania non potranno avere lo stesso peso dell’accordo in essere fra Parigi e B e rl i n o » .

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