Si è formato anche nelle università di Vienna e nell’E s s ex , oggi si divide tra Milano - insegna filosofia morale alla Statale - e Trieste, «casa mia», dove c’è la famiglia. È lì che raggiungiamo Andrea Zhok con una videochiamata. È stato tra i primi firmatari della lettera degli accademici, a settembre, contro il green pass, in difesa della libera scelta. Con i giornalisti è diffidente, sceglie le parole con cura. Il suo libro più recente è Il dovere e il piacere. Un’i n t ro duz io n e critica all’etica contemporanea(Mi - mesis); interventi a sua firma sono pubblicati da siti internet che definiremo per brevità anticonformisti. Il tono della voce è sempre pacato. Anche quando gli chiediamo quasi l’impossibile per un filosofo: definire con un solo termine il suo stato d’animo. «Angosciato», risponde. La nostra chiacchierata spiegherà il perché di questa angoscia. Essere triestini, in giorni come questi, non è un dato irrilevante. «Probabilmente quel che è accaduto qui ha a che fare con un forte senso d’indipendenza, radicato nella tormentata storia di Trieste. Ma naturalmente non è possibile parlare a nome di una città intera » . Lì si sta consumando, anche, una battaglia interna. «Certo, perché nessuno è immune alla narrativa monocorde e divisiva offerta dai media nazionali. Tuttavia direi che la nostra storia, cultura e posizione geografica hanno nutrito elementi di diffidenza per iniziative centrali di sapore auto r i ta r io » . Terra di confine. E dai contagi in c re s c i ta . «La Slovenia è a un passo, il confine è permeabile: ci si va a pranzo nei fine settimana, per ragioni di lavoro e famiglia. I contagi in Slovenia sono oltre 3.000 al giorno su 2 milioni di abitanti: è come se in Italia ce ne fossero 90.000. E meno di un mese fa c’è stata sui moli di Trieste la Barcolana, affollatissima rassegna velica. Eppure si è letto che i contagi sarebbero avvenuti specificamente nelle manifestazioni di protesta: abbiamo scoperto un virus politicamente selettivo». Lei sostiene che la democrazia non è in crisi, ma morente. «Si ha spesso una visione fuorviante della democrazia: è un fiore fragile e recente. Nell’intera storia dell’umanità prima del 1945 sono stati una manciata, Atene compresa, gli esperimenti democratici brevemente di successo. Per farla appassire basta non nutrirla». Quando il colpo di grazia? «Dopo il Sessantotto la reazione neoliberale prese esplicitamente posizione contro il rischio di un “eccesso di democrazia”. Nel celebre report della Trilateral commission si auspicava chiaramente un regresso a precedenti forme di apatia e disinteresse per la dimensione p o l i t ic a » . Pe rch é ? «Per ricondurre la politica a qualcosa di gestibile per le nuove élite: non più élite di sangue, per eredità o titolo, ma economiche. E transnazionali: il denaro non ha patr i a » . Lo scopo? «La massima efficienza delle procedure. Perché dibattito e ragionamento hanno i propri tempi, così come la conoscenza, che non sono gli stessi della produzione e del consumo, ma più lenti». «Fate presto», chiedeva a caratteri cubitali la Confindustria nel novembre 2011. «È uno dei momenti in cui siamo stati chiamati a prendere decisioni nel nome di questa efficienza. Con le migliori intenzioni, va da sé. Nel tempo si è ridotta la partecipazione: soglie di sbarramento per l’ac - cesso al Parlamento, sistemi elettorali maggioritari, altrove forme di p re s id e n z i a l i s m o » . Di (semi)presidenzialismo si discute anche qui, da quando il ministro Giancarlo Giorgetti ha ipotizzato che Mario Draghi possa governare dal Quirinale. «Ormai si parla della Costituzione come di una simpatica nonna demente che dove la metti sta e che nessuno prende sul serio. Mentre è l’unica cosa che nelle democrazie moderne conferisce unità a una nazione. Agghiacciante». Altrimenti c’è il voto. «Il voto è il mezzo, non il fine della democrazia, che è la partecipazione popolare alla vita pubblica. La chiave fondamentale è quale sia la consapevolezza del popolo - formazione e informazione - e quali le opzioni politiche disponibili.Prima o poi andremo a votare, ma votare tra opzioni pressoché intercambiabili è solo il fantasma della democrazia. La minaccia alla democrazia ultimamente ha poi subito un’ulteriore accelerazione». Parla dei tecnici al governo? «La svolta tecnocratica - dove il tecnico sarebbe uomo “sopra le pa rt i”, competente, un economista, un militare, che rimpiazza i “farraginosi processi democratici” - è legata al continuo ricorso a condizioni di emergenza». Come il Covid? «C ’è stata l’emergenza terrorismo: nero, rosso, islamico. L’emer - genza finanziaria. Quella pandemica. Ora arriva quella climatica. Tutte sfociano nella richiesta di scelte centralizzate, rapide, senza contraddittorio, di cui ci dobbiamo fidare, sottoscrivendo di fatto una delega terminale». Nel nome di una neutralità, sopra le par ti? «Sì, e questo è micidiale proprio perché ha una componente di verità. Effettivamente risultati vengono raggiunti più velocemente. Ma quali risultati? A favore di chi? E perc h é? » . In questo caso ci sono stati tanti morti . «Così come l’a ttentato al Bataclan c’è stato davvero, così le morti per Covid. Riconoscere il problema, però, non significa benedire qualunque presunta soluzione dall’alto. Bisognerebbe portare la coscienza pubblica all’altez - za del problema». Più dell’80% degli italiani si è vaccinato. Non significa questo che u n’educazione c’è stata? «Mi sono vaccinato anch’io e ho convinto i miei suoceri a farlo. Con le informazioni a disposizione ho ritenuto che per certe fasce di età i benefici fossero superiori ai rischi. Ma francamente tutto abbiamo avuto tranne educazione. È stato tracciato con il gesso un confine tra buoni e cattivi, l’informazione pubblica è stata omessa o manipolata, le poche voci in dissenso attaccate. Altro che educazione: qui manca l’abc della democrazia». Perché si definisce angosciato? «È la prima volta che faccio esperienza di un allineamento totale tra potentati economici, governi, Unione europea, stampa e magistratura. Mai vista una cosa simile». Stiamo per parlare di dittatur a? «Mai vorrei spaventare orecchie sensibili: chiamiamola se vuole “P i p p o”, che fa simpatia. Scherzi a parte, ogni potere nella storia, anche quello che oggi ci appare più ignobile, è stato ottenuto e conservato nel nome del Bene e con un consenso. Anche i feudatari dovevano contare su una dose di consenso, altrimenti i contadini esasperati potevano reagire in forme pericolose. Oggi il potere ha armi di controllo e repressione più potenti che mai, che esigono perciò grande moderazione e stretti vincoli legali per non trovarci in una distopia». C’è un disegno dietro? Un compl otto? «Non credo ci sia un disegno di lungo periodo e comunque non eccedo in congetture su ciò che non conosco. Constato che una narrazione si è imposta, tale da rendere impossibile qualsiasi dialettica». Lo ha visto il servizio di Re p o rt sui vaccini? « Un’inchiesta moderata». Tanta divisione perché c’è in ballo la salute, la vita o la morte? «Vita e morte sono sempre in ballo, dipende da come lo si racconta. L’impatto grave del Covid è stato sul funzionamento del sistema sanitario. Il virus di oggi non va sottovalutato, ma di tumore muoiono quasi 500 italiani ogni giorno, da anni». Nel suo libro Critica della ragione liberale, lei individua una sorta di gioco delle parti tra progressismo e voglia di restaurare antichi valori. Oggi il green pass è politicamente trasversale. «Il green pass è trasversale perché le opzioni politiche sono intercambiabili. Il gioco del bipolarismo è una sorta di partito unico con una sceneggiatura più vivace. In una democrazia si sarebbero dovuti riconoscere i margini di incertezza scientifica e discutere di rischi e benefici, non omettendo i primi. Si è preferito dipingere i dubbiosi come no vax con il cappello di carta stagnola. E, da ex votante di quell’area, non posso che essere sconcertato che i più drastici sostenitori della repressione siano i sedicenti p rog re s s i s t i » . Nel nome di un futuro migliore. «Il progresso è un concetto vuoto, lo è sempre stato, ora se ne vedono i lati oscuri: crescita del Pil, innovazione purchessia, e rimozione di ogni discussione sul senso e il valore di ciò che facciamo». La piazza, chi protesta, ha invece molte facce. «Caratterialmente non sono tipo da manifestazione, ma a qualcuna ho partecipato. Da che mondo è mondo, nelle manifestazioni c’è di tutto: idealisti, consapevoli, ma anche infiltrati, estremisti, paranoici. Il mondo è così, le manifestazioni lo rispecchiano». Hanno in comune, spesso, la richiesta di libertà. «La libertà ha sempre limiti, il punto è come li si stabilisce. Parlare genericamente di limiti imposti dalla possibilità che l’altro nuoccia è insensato. Chiunque ci stia accanto è potenziale portatore di qualche malanno. Pensiamo all’Aids o all’epatite C. Sono malattie gravi e ci sono portatori liberi di circolare. Ma le possibilità di trasmissione sono bassissime. Se però l’idea è il “rischio zero”, dovremmo cominciare a mettere campanellini al collo di un sacco di gente. Siamo certi sia una strada da percorrere?». Lei fu tra i firmatari di un referendum sul green pass. Lo facessimo oggi, vincerebbero i «sì». «Probabile, però ho l’impressio - ne che al di là di quanto fanno trasparire i media qualcosa si stia incrinando. Ma ci vorrà tempo».
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
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