NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
lunedì 8 novembre 2021
Il nuovo Muro del delirio sanitario va abbattuto come quello di Berlino
Ezio Mauro
ha scritto proprio un bel libro.
Si intitola Lo
scrittore senza
nome ( Fe l tr i n e l -
li) e racconta di Julij Daniel’,
che a metà degli anni Sessanta fu protagonista (da imputato) di un processo il cui esito era scontato: colpevolezza. Daniel’ finì davanti a un
tribunale sovietico assieme a
un altro letterato, il più noto
Andrej Sinjavskij. Erano accusati di aver pubblicato all’estero,sotto pseudonimo, opere
antisovietiche. Arrestati, rimasero in aula più o meno dalla metà del 1965 fino al febbraio del 1966, attirando l’at -
tenzione del mondo intero.
Quindi, come da manuale, furono spediti nel Gulag.
Scontata la pena, i loro destini furono molto diversi. Si -
n i avs k i j riuscì a lasciare l’Ur s s
riparando a Parigi, dove divenne una celebrità fra i dissidenti. Da n iel ’ rimase in Russia, come una sorta di morto vivente:
dopo i lavori forzati, la condanna a vita all’e stran i am e nto.
Morì davvero alla fine del 1988,
poco prima che il comunismo
crollasse. Ai primi di gennaio
del 1989 S i ni avs ki j rientrò a
Mosca, dopo 15 anni di esilio,
per partecipare ai funerali dell’a m ic o.
Questa storia straziante - e
raccontata molto bene da
M au ro - vale la pena di essere
letta. Soprattutto, sarebbe importante leggerla in questi
giorni. Domani, infatti, è il 9
novembre, anniversario dell’abbattimento del Muro di
Berlino. In Italia si celebra la
Giornata della libertà , istituita
per legge nel 2005, il cui scopo
non è soltanto il ricordo degli
orrori del regime comunista.
No: il 9 novembre dovrebbe
pure invitare al raccoglimento, alla preghiera silenziosa
per chi è oppresso ancora oggi
da regimi tirannici. Non a caso,
al Senato, si terrà una presentazione del romanzo grafico
L’angelo di Budapest ( e d i z io n i
Ferrogallico), illustrato dal
bravo Attila Futaki e dedicato
alla rivolta ungherese del 1956,
di cui ricorre il sessantacinquesimo anniversario. Dopo
mesi di sfibrante e stantia polemica sull’improbabile «ritorno del fascismo», queste ricorrenze potrebbero servire a
ricordarci l’esistenza di un
mostro che ancora non è stato
del tutto sconfitto, e che ha allungato i suoi tentacoli pure
su l l ’Italia. È istruttivo rileggere ora ciò che scrissero gli
esponenti italiani del Pci (a
partire da Giorgio Napolitano)
quando il tallone sovietico si
allungò a schiacciare l’Unghe -
ria ribelle. Ed è un filo sconfortante notare che i conti con il
comunismo, ancora oggi, non
sono stati fatti fino in fondo.
Per rendersene conto basta
u n’occhiata alla quarta di copertina del volume di M au ro:
la parola comunismo non appare mai, sostituita da formule come «regime sovietico» o
«potere sovietico». Ma c’è dell’altro. All’inizio del libro, Da -
niel ’ si presenta davanti agli
agenti del Kgb, e chiede quando finiranno di perseguitarlo:
«Fino a quando durerà tutto
questo?». Risposta: «Tocca a
lei dimostrare di aver capito
c o s’è giusto e cos’è sbagliato.
Mentre ci pensa, le ricordo che
dovrà seguire alcune regole
molto semplici: alle dieci di sera deve essere a casa, non può
uscire dalla città senza permesso […]. Non può andare al
ristorante, a teatro, al cinema,
a riunioni letterarie o raduni
politici». È molto difficile scorrere queste parole e non pensare, almeno per un momento,
ciò che viviamo da due anni.
Verissimo: non ci sono i Gulag,
le fucilazioni, il Kgb. Ma spaventa notare che certi tratti
culturali e certi modi di esercitare il potere, a lungo praticati
dai comunisti italiani sull’esempio sovietico, si presentano tuttora con frequenza nei
talebani del vaccino. Il disprezzo verso il dissenso è il
medesimo. Ed è raccapricciante l’arroganza dell’autori -
tà che si riserva di prolungare
le restrizioni a tempo indeterminato, scaricando la responsabilità sul cittadino inerme.
Vero, non ci sono le purghe.
Ma su tutti i giornali si leggono
le stesse formule, le stesse frasi apodittiche, persino alcune
patenti menzogne utili a rafforzare la traballante narrazione istituzionale. C’è persino chi, con estrema leggerezza, fa affermazioni da far accapponare la pelle. Giusto ieri,
dalla prima pagina della Stam -
pa, Sergio Abrignani del Cts ci
informava che bisogna «valutare» la possibilità di lockdown per i no vax, ciò persone
che esercitano un diritto e che
si pensa di serrare in casa
nemmeno fossero appestate.
Il mondo progressista non ha
mai elaborato fino in fondo il
passato comunista, tende ancora all’autoassoluzione, ma
soprattutto continua ad assumere un atteggiamento antico
e terribile, di superiorità antropologica, di odio per il diverso. Indagare questo difficile rapporto con la libertà oggi è
più che mai necessario. Perché i Gulag non ci sono più, ma
la vocazione autoritaria resta
e c c o m e.
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