Bussola contro il buio dello spirito dove l’ecoreligione ci fa smarrire

L’illusione progressista è
cambiata nei contenuti: è passata dal comunismo all’ecolo -
gismo. È uno dei più recenti
eventi di portata globale: nell’immaginario del mondo, la
salvezza collettiva ha assunto
un nuovo significato. Questa
importante evoluzione è uno
dei temi principali scandagliati dal libro di Giulio Meotti, lucida bussola per il nostro avvenire. La storia, hanno affermato tutti i progressisti degli ultimi due secoli, soprattutto nel
solco del marxismo, è il lievito
della nostra salvezza. Essa
prometteva di condurre a un
equivalente terreno del Regno, per mezzo del prometeismo e anche a costo di passare
per lo stadio della violenza purificatrice. La salvezza, si credeva, si sarebbe dispiegata
grazie alla scienza e alla tecnica; oggetto di entusiasmo,
avrebbe portato con sé la certezza della venuta di un nuovo
m o n d o.
Sulle ceneri di questo approccio al destino dell’umani -
tà, l’ecologia impone una svolta: la parola «salvezza» riacquista il suo significato primitivo, tanto che non si tratta più
di portare a compimento ciò
che è in nuce, bensì di salvare
ciò che già c’è da tempo. Ciononostante, guarda caso, si tratta
della conservazione degli animali, della natura - e ciò è senza dubbio lodevole, nonché assolutamente necessario - ma
non delle civiltà, degli stili di
vita, delle nazioni. Questo
nuovo ecologismo è, in maniera ossimorica, un conservatorismo distruttore: vuole conservare la natura, ma distruggere la storia e le sue tracce,
civilizzazione compresa. Nel
cuore dell’ambientalismo oggi
di moda abita un disprezzo
della razza umana. L’uomo è
convocato dinanzi a un tribunale che lo accusa di essere
cattivo, di essere il più malvagio dei viventi sulla Terra. Persino l’opera civilizzatrice dell’uomo viene biasimata da
questa corrente.
Il ventunesimo secolo, quasi sulla via di un ritorno al paganesimo, feticizza tutto ciò
che può essere etichettato come naturale. L’incantatoria invocazione alla natura pervade
ad nauseam i social network, i
mass media, l’opinione pubblica, ivi comprese le conversazioni ordinarie, testimoni di
questa sorta di religione ecologica che, per dirla con l’auto re,
è il nuovo oppio dell’O c c id e nte
post-cristiano. Un’ondata di
superstiziosa religiosità del
naturale diviene il neoconformismo obbligato che fa da passaporto non solo per navigare
sui social network, ma anche
per essere accettati nella società, per poter conferire con i
vicini, per non doversi arrabbiare con gli amici. Mostrare
senza un approccio critico di
amare la natura, di odiare l’in -
quinamento, di maledire le
cause del riscaldamento globale, così come riempire di
elogi l’agricoltura «bio» e felicitarsi per la moda del localismo vi pone dalla parte della
buona socialità, delle persone
generose e responsabili, sul
valorizzante lato del Bene,
permettendovi allo stesso
tempo di rifuggire ogni sospetto di intolleranza. Questa d oxa
sogna a occhi aperti e a gran
voce un nuovo stato di natura.
Lo stato di natura riappare
come un’utopia confusa e gelatinosa più che come un’id ea
degna di tale nome. Dappertutto si fa appello a un ritorno
alla natura, al naturale - termine assurto a parola d’ordine -
ma in nessun caso si scruta il
concetto da vicino, né si esplicitano le questioni a esso connesse. Un utilizzo simile della
natura è soltanto polemico,
imbastito per accusare indifferentemente l’industria, i
prodotti artificiali, l’economia
liberale, il capitalismo, la finanza, l’Occidente, gli uomini.
La parola «natura» è dunque
n ie nt’altro che una sorta di tribunale pomposo, deputato all’identificazione dell’attivi tà
industriale con il peccato originale. Anche quest’ul t im a
tendenza è analizzata da
M e otti : siamo tutti peccatori
di energia, ci tiene a ricordare.
Sotto l’egida della religione
ecologica e della sua parodia di
peccato originale, il mondo si
pasce di catastrofismo e apocalittismo a buon mercato.
Ma di quale natura stiamo
parlando? Innanzitutto, in
ogni discorso ecologista, la natura è l’opposto. Essa è il contrario di tutto ciò che quei discorsi odiano, di tutto ciò che
tentano di convincerci a odiare. È il polo auspicabile in un
dualismo polemico molto in
voga, nel quale la tecnica occupa il polo del deprecabile. La
promozione dell’ecologia si è
accompagnata a un’invers ione di ruoli nella coppia naturatecnica: tempo addietro la natura suscitava terrore, mentre
la tecnica rassicurava e sembrava ripararci dalla violenza
della natura; oggi la tecnica è
temuta come lo era allora la
peste, e la natura ci rassicura.
Sempre più alcuni nostri consimili diffidano dell’artif icio,
ad esempio dei vaccini, nonostante esso procuri tanti benefici. Così la natura è diventata
la patina esterna dell’og getto
del nostro odio, cosa che fino a
poco tempo fa era rappresentata dal proletariato. Essa diviene contemporaneamente
un criterio selettivo della can -
c el c ultu re, questo recentissimo tropismo eliminatorio. Allo stesso modo in cui, per molti
occidentali di una certa epoca,
fu tale il concetto di classe opera i a .
La «classe» è un concetto
abilitante a una visione complessiva della storia. È quanto
ci insegna il Manifesto comunista: «La storia di ogni società
esistita fino a questo momento è storia di lotte di classe»,
postula. Uno dei punti in comune tra le parole «classe» e
«natura» è l’opposizione, più o
meno esplicita, al capitalismo.
Coloro che le pronunciano si
oppongono al medesimo mondo, sebbene con termini e contenuti diversi. La natura, nel
ventunesimo secolo, sostituisce il concetto di classe del
ventesimo. Seguendo a sua
volta il destino della classe
operaia, la natura è una sorta
di «Grande Rifiuto» - della tecnica, dell’industria, del capitalismo e, per estensione, dell’uomo in quanto predatore.
La natura è, per l’uomo contemporaneo, quel che la classe
fu per l’uomo dei due secoli
precedenti al nostro. O più
precisamente: la natura è l’equivalente simbolico, nell’im -
maginario dell’uomo contemporaneo, di quello che fu la
classe nell’immaginario dell’uomo di due secoli fa. Ricordiamo l’entusiasmo che accendeva la parola «classe». I
sogni che a essa si aggrappavano. Ricordiamo il pensiero di
Georges Sorel, l’anarco-sinda -
calista di Réflexions sur la viole n c e, opera paradigmatica di
tale «logolatria»: lo sciopero
generale degli operai rappresenta l’anticipazione qui e ora
del meraviglioso futuro dell’umanità. L’apocalittico sciopero generale era l’i n c a r n a z io n e
profetica di quel futuro, ovvero il comunismo. Ricordiamo
l’accecante ebbrezza che si
impossessò dell’intelli genza
di Jean-Paul Sartre, quando
l’appellativo «classe operaia»
comparì sotto la sua penna.
Ma cos’era questa classe?
Un’invenzione di Karl Marx, il
cui genio introdusse il termine
nel vocabolario filosofico attribuendogli una funzione
quasi magica. Tuttavia, il termine «classe» non era solamente un concetto filosofico.
Era una reazione e una ricusazione, dunque un valore. Esattamente come la natura ai
giorni nostri. Nominare la
classe borghese era una tacita
accusa in nome di un valore: il
proletariato; nominare la classe operaia, equivaleva a esaltarla. Allo stesso modo, parlare di natura è accusare il mondo sviluppato, l’industria, in
nome di un valore.
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