sempre la stiamo viven
do ora. Per severità e durata stiamo cioè vivendo una crisi economica ben peggiore di quella del 1929 che però - almeno nell’im - maginario collettivo - sarebbe la crisi più grave di sempre. E invece la crisi più grave di sempre la stiamo vivendo ora.
«Mi sono diplomato come
geometra. Alvito
era un borgo di
origine medievale di 6.000 abitanti nel 700. Ora diminuito a
3.000. Il geometra era il professionista fiduciario dei piccoli proprietari terrieri».
Ha praticato?
«Nello studio di mio pad re » .
Antonio Lucia Fazio è stato
governatore della Banca d’Ita -
lia dal 1993 al 2005. Il nome per
esteso ci viene inaspettatamente rivelato con la pubblicazione del suo libro: L’infla -
zione in Germania nel 1918 -
1923 e la crisi mondiale del 1929
edito da Treves. Un racconto
non solo autobiografico. Perché si intreccia con un pezzo di
storia straordinariamente
drammatico fra le due guerre
mondiali. «Filologia e filosofia. Concetti chiaramente
enunciati da Giambattista Vico. Gli eventi non vanno semplicemente descritti ma anche
interpretati. Ed è qui che entra
in campo la filosofia», racconta il governatore emerito agli
studenti della Luiss prima di
parlarmi del libro ai cui diritti
di autore ha rinunciato. Ripercorre le tappe che portarono il
Paese nella moneta unica.
Scelta su cui Fazio non manca -
anche di fronte agli studenti -
di rimarcare il suo rispettoso
dissenso. «Spetta al banchiere
centrale gestire la moneta ma
non certo la sua collocazione
nel sistema monetario internazionale. Il governo che decise di entrare nell’euro aveva
una legittimità democratica
che un banchiere centrale come me non poteva avere. E dovetti adeguarmi».
Rimane il fatto che aveva ragione lei.
«Il cambio fisso - e cosa c’è di
più fisso che condividere la
stessa moneta con altri Paesi -
può portare prima o poi alla
deflazione. Soprattutto se si
sta dalla parte “sba g l i ata”. Difficilmente può portare all’au -
mento della produttività. Ho
paragonato l’effetto del cambio fisso al bradisismo di Pozzuoli (progressivo abbassamento del livello del terreno
sotto l’altezza del mare, ndr)fa -
cendo un po’ arrabbiare il sindaco di allora. Ma non riesco a definire altrimenti quei dati
così drammatici. Fatta 100 la
produzione industriale tedesca nel 2000, prima della pandemia nel 2019 era a 125. La
nostra a 85. Oggi abbiamo 5,5
milioni di italiani in povertà
assoluta. Erano meno di due
milioni nel 2005, quando abbiamo iniziato a contarli: 3,5
milioni in più in 15 anni».
Una regione come la Toscana, per intendersi, fatta di poveri. Lei si è soffermato sul
Mezzogiorno, e il tono li si è
fatto ancora più accorato.
«La disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30% in Italia e nel Mezzogiorno è molto
più alta. Molti giovani emigrano verso il Centronord e l’este -
ro. Quando iniziavo a vedere al
Sud gli stessi salari che al Nord
posi il problema. Andremo incontro a una forte deindustrializzazione. Only money
m atte rs . Solo il denaro conta.
Così dicono gli estremismi del
monetarismo. E non mi metta
fra quelli. L’opera principale di
Keynes è Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e
della moneta. Già il titolo parla
da solo. Prima viene l’occupa -
zione, poi la moneta. Guai a
farne uno status symbol.
Neanche tanto fra le righe, e
bene ha fatto a scriverlo il prof.
Di Taranto che mi ha ospitato
fra quegli studenti, ho spiegato
nel mio libro quello che Milton
Friedman prevedeva nel 1997.
Della moneta unica si sarebbero avvantaggiati Germania,
Austria, Belgio, Olanda e Lussemburgo perché “i cambi
flessibili rappresentano potenti meccanismi di aggiustamento e dunque bisogna riflettere bene prima di scegliere
soluzioni alternative”. Quello
che in maniera colorita ho ricordato a quegli studenti. La
moneta unica - vista dalla Germania - aveva sicuramente
motivazioni ideali ma serviva
anche a vendere più Volkswagen e Bmw in Italia. Sensibilità
che la Confindustria e i politici
tedeschi dell’epoca avevano al
contrario della Bundesbank
che - come le ho già detto in
u n’altra intervista - ci voleva
invece fuori dall’eu ro » .
Se uno come lei cita Milton
Friedman, “gelido anti pati zza nte” di John Maynard Keynes i cui allievi sono stati suoi
maestri al Mit di Boston, c’è da
credere che lo faccia a ragion
ve duta .
«Sa che negli anni Cinquanta la Teoria ge n e rale di Keynes
era il libro più venduto in America? Secondo alla Bibbia».
Che significa?
«Che allora Keynes veniva
non solo letto ma pure applicato. E i risultati sono gli occhi di
tutti. Mi limito al caso Italia.
Dieci anni dopo la grande crisi
del 1929, l’Italia aveva il 4% di
reddito in più rispetto al picco
prima del crollo. Nel 2019, e
quindi la pandemia non c’en -
tra ancora un bel nulla, eravamo sotto al reddito del 2007.
Per severità e durata stiamo
cioè vivendo una crisi economica ben peggiore di quella del 1929 che però - almeno nell’im -
maginario collettivo - sarebbe
la crisi più grave di sempre. E
invece la crisi più grave di sempre la stiamo vivendo ora. La
stavamo già vivendo prima del
C ov id » .
Applicare Keynes che vuol
d i re?
«Opere pubbliche ad alto
impatto. Facendo dei riferimenti storici, prenderei ad
esempio le politiche dell’A g ro
pontino degli anni Trenta, il
piano casa di Fanfani e La Pira
e la costruzione dell’Autostra -
da del Sole».
Nel li bro v ien e si mpaticamente descritto il suo primo
impatto con la moneta.
«Avrò avuto sì e no dieci anni. Qualche contadino vendeva il suo appezzamento. E chi
lo comprava pagava in contanti. Biglietti rossastri grandi come un libro di medio formato.
Finemente incisi e decorati. La
firma di Luigi Einaudi e poi di
Donato Menichella il successore. C’era anche la firma del
cassiere. Ignoravo chi fosse. Mi
chiedevo come fosse possibile
che quei biglietti di carta fossero così preziosi».
Sarebbe poi succeduto molto tempo dopo a quei governatori. Ma si faceva la domanda
che tutti i bambini e non solo si
fa n n o. . .
«Forse lo chiedevo anche a
mio padre. Einaudi e Menichella avrebbero potuto renderci tutti più ricchi aumentando il numero di quei biglietti. Ma la ricchezza erano i campi e le abitazioni».
«La roba», avrebbe detto
Mazzarò, l’avido personaggio
di Verga. Comunque, il piccolo
banchiere centrale che era in
lei si stava facendo strada da
s ol o.
«Mi rimaneva il problema di
capire perché quei biglietti di
500 e 1.000 lire valessero tanto
per chi li possedeva. Con un’esperienza di 40 anni a tutti i
livelli in Banca d’Italia - che allora ancora non avevo - lo si
comprende bene. Mi ero anche accorto che il valore del biglietto diminuiva nel tempo.
La vicenda della Repubblica di
Weimar - raccontata ed interpretata nel libro - è un caso di
scuola esemplare. Ciò che nel
1914 - prima dello scoppio della Grande guerra - costava un
marco, dopo dieci anni costava
1.000 miliardi di marchi. Una
moneta mal gestita può sfociare da un lato in una grave inflazione e dall’altro in una lunga
deflazione. In ambedue i casi
le crisi monetarie si trasformano in crisi economiche, sociali e alla fine politiche».
Il libro riporta nella prefazione e nella postfazione (che
lei chiama Giustificazione Autobiografica) un’analisi delle
politiche monetarie da lei
condotte in 40 anni di Banca
d’Italia. E con gli studenti si è
soffermato - dopo un bel po’di
e q ua z io n i - sugli ultimi anni di
autonomia monetaria. Quelli
che lei ha gestito dopo che il
governo ebbe deciso l’ingres -
so nell’eu ro.
«Lo spread italiano veleggiava sui 900 punti base. Il parametro di riferimento era la
media dei tre rendimenti più
bassi dei titoli di Stato a dieci
anni fra i Paesi della futura eurozona. Con una politica monetaria calibrata - mentre l’export italiano andava a gonfie
vele - abbiamo ridotto l’o f fe rta
di moneta per attenuare la crescita del credito e limitare
l’import. Il cambio gradualmente passò da 1.200 a 950 lire. Il rendimento dei titoli di
Stato a dieci anni si dimezzò
dal 14% al 7%. Oggi condurre una politica
del genere
sarebbe impossibile visto che
non abbiamo la moneta. Per ridurre le importazioni devi
drasticamente ridurre la domanda interna. Austerità, deflazione e povertà. Per intendersi. Ne abbiamo avuto riprova nel 2011».
La politica monetaria accomodante della Bce non è stata
capace però di stimolare l’espansione dell’economia.
«Il Quantitative easing
avrebbe funzionato meglio se
fosse stato concepito come in
più di una occasione ho avuto
già modo di dire. La politica del
Sebc (il Sistema europeo delle
banche centrali, termine che
Fazio preferisce sempre usare
al posto di Bce, ndr) ha operato
bene ma poteva fare meglio se
la base monetaria invece che
in titoli di Stato fosse stata investita in titoli Bei che a sua
volta avrebbero finanziato le
opere pubbliche ad alto impatto. La moneta sarebbe arrivata
a terra. Per finanziare le opere
di alto impatto di cui parlavo
prima. Non rimaneva confinata nei mercati finanziari. Neppure il credito è aumentato.
Questo nasce da una buona domanda. Le banche prestano se
hanno fiducia nel vedersi restituire i soldi e quindi sanno
che il loro patrimonio (concetto diverso dalla liquidità) non
corre rischi inaspettati».
Oggi la Bce si trova ad un
bivio. Se smette di acquistare
Btp aumenta la volatilità. Se
non smette aumentano le tensioni con la Germania.
«È la riprova che la moneta è
importante ma non basta. Serve una buona politica - oltre a
quella monetaria - per uscire
dalla crisi. Pensare di uscire da
una crisi solo con la politica
monetaria è un errore».
Lo aveva detto anche Draghi nel suo ultimo discorso da
governatore della Bc e a Sintra. Ma la sua legge di bilancio
è stata all’altezza delle aspett at ive?
«Lei maliziosamente prova
a trascinarmi nella polemica
politica. Declino la sua provoc a z io n e » .
Neppure sul dibattito sulla
riforma dei trattati o del fiscal
compact vuol dirmi qualcos a?
Fazio mi porge il suo libro e
mi fa leggere a voce alta a pagina 211: «I padri fondatori della
comunità europea, evolutasi
nell’Unione, ponevano alla base dello sviluppo quello dei
singoli Stati: il principio della
sussidiarietà che tenesse conto della diversità delle strutture economiche e sociali dei
singoli Stati e delle conseguenti politiche».
Ma Bruxelles non fa niente
di tutto questo!
Fazio sorride ed annuisce.
Si è fatto veramente tardi. Ci
s a lut i a m o.
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