STUPIDA RAZZA

sabato 13 novembre 2021

Pure la scienza è vituperata se non fa comodo

 

Mother Jonesè un periodico statunitense di tendenze progressiste, fondato nel 1976; il suo nome è un omaggio a Mary Harris Jon e s, nota appunto come Mother Jones, attivista sindacale vissuta fra il 1837 e il 1930, socialista e ardente oppositrice del lavoro minorile. Una rivista dalle credenziali impeccabili e di sicuro credito, insomma; ma oggi tutti i valori sembrano rovesciati. Il 30 settembre scorso fu pubblicato sullo Eu ropean Journal of Epidemiology lo studio (di cui ha dato notizia anche questo giornale) I ncreases in COVID-19 are unrelated to levels of vaccination across 68 countries and 2947 counties in the United States. Ne è autore (con un collaboratore) S. V. Subramanian, dello Harvard Center for Population and Development Studies e del Dipartimento di scienze sociali e comportamentali pure di Harvard, e il titolo chilometrico ne chiarisce il contenuto. Avendo esaminato tutte le nazioni e tutte le contee americane per cui erano disponibili dati utili, l’autore conclude che non esiste nessuna correlazione significativa fra la percentuale di persone pienamente vaccinate e il numero di casi Covid registrati nell’ultima settimana; anzi, si rileva una marginale associazione positiva fra un alto numero di vaccinati e di contagiati. (Islanda e Portogallo, con oltre il 75% di vaccinati, hanno più casi Covid per milione di Vietnam e Sud Africa, dove è vaccinato il 10%.). Per dirla in modo brutale ma corretto, lo studio dimostra che, ai fini della diffusione del Covid, il «vaccino» ha lo stesso effetto di una pillola di zucchero. E, naturalmente, c’è di peggio (di cui lo studio non parla). Ci sono i miliardi investiti in questa pagliacciata. Ci sono le decine di migliaia di persone morte, e le centinaia di migliaia danneggiate, in seguito alla «vaccinazione». Notizia interessante? Degna di segnalazione e discussione? Vediamo un po’. Il 12 ottobre esce su Mother Jones un articolo dedicato allo studio di Su b ra m a n i a n , firmato da Ali Breland, reporter specializzato in disinformazione diffusa attraverso Internet. Disinformazione? Internet? Abbiamo a che fare con una ricerca apparsa su una prestigiosa rivista scientifica; che c’entra Brel a n d? La risposta, ancora una volta, è contenuta nel titolo stesso del suo articolo: A Harvard study is going viral among anti-vaxxers. The author says they are all wrong. Il taglio che il giornale e il suo reporter hanno deciso di dare alla faccenda si concentra quindi non sugli esiti della ricerca ma sul suo effetto fra quelli che in Italia vengono detti No-Vax, sulla popolarità che lo studio ha presso di loro. Un suo «informatore», dice Brel a n d , si era dichiarato «preoccupato» che «un ricercatore di Harvard di pochi scrupoli» stesse lavorando per «usare il nome dell’università a vantaggio di scopi politici di destra». Destra? Sinistra? Ma non stiamo parlando di scienza? Niente paura! Brel a n d è andato al lavoro e ha rassicurato tutti. Come? Ha osservato che nello studio non si afferma l’inutilità dei vaccini ma solo l’opportunità di non dimenticare altre forme di lotta contro il virus. Poi, per chiudere definitivamente il discorso, ha corrisposto per email con Subramanian, il quale gli ha espresso il suo favore personale per i vaccini. Non starò a dibattere il fatto che, di questi tempi, chi esprima un parere personale contrario al mantra di regime corre il rischio di perdere il posto. Dirò semplicemente che il parere personale di Subramanian non ha nessuna importanza. Quel che conta sono i risultati della sua ricerca, su cui ognuno (lui compreso) può avere il parere che crede ma che, al di là di tutti i pareri, rimangono intatti e indiscutibili, nella loro scarna e severa evidenza numerica. E dirò che spostare l’attenzione dei lettori dal contenuto della ricerca al parere personale del cercatore è un ottimo esempio di disinformazione, perpetrata da Mother Jones e dal suo reporter. Questo non è giornalismo: è un «intervento» frettoloso e dilettantesco per turare una falla nel sistema. Sono arrivato negli Stati Uniti nel 1978, ammirato da vari aspetti della loro cultura e in particolare dal loro giornalismo. La pubblicazione dei Pentagon Papers sul New York Ti m es , nel 1971, aveva per sempre affossato il sostegno del pubblico nei confronti della guerra nel Vietnam; il lavoro di Carl Bernstein eBob Woodwa rd al Washington Post, nel 1972, aveva fatto emergere lo scandalo Watergate e provocato le dimissioni di N i xo n . Insieme con il jazz, il giornalismo investigativo era la forma espressiva (e, perché no?, artistica) più genuinamente e unicamente americana. Dove è finito tutto questo? Dove sono finiti la cura del dettaglio, l’esame delle fonti, la logica inesorabile del processo, la sfrontatezza verso il potere, il rispetto per il pubblico? Dove è finita l’A m e r ic a?

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