L’allarme è partito dalla Puglia, la terra del grano duro. Francesco Divella lo ha detto chiaro: «Con questi costi di energia e materie la pasta rincarerà del 38%». I produttori di patate hanno già annunciato che rinunciano ai raccolti perché la grande distribuzione vuole tenere congelati i listini temendo crolli dei consumi e non riconosce aumenti a chi produce. Il rischio è che il made in Italy venga sacrificato sull’altare del basso prezzo e della pessima qualità. Perché la Gdo prova, finché può, a comprare all’estero. Il colpo potrebbe essere mortale: abbiamo fatto lo scorso anno 50 miliardi di export agroalimentare. Ma, se si blocca il sistema, addio sogni di gloria. Sul fronte interno la domanda è debole; l’Istat a dicembre ha fotografato i prezzi dei beni alimentari che raddoppiano: dal +1,2% di novembre al +2,4%. Piatto ricco per chi produce? No. Lo spiega Ivano Va - c o n d io, presidente di Federalimentare che rappresenta un sistema di 6.500 imprese, quasi mezzo milione di addetti, che vale un quinto del Pil. Di professione fa il mugnaio. Magari un po’ g ro s s o visto che è a capo della Mulini industriali di Modena, la Fiat delle farine. «I costi», attacca, «stano diventando insostenibili. Ho appena comprato un treno di grano che l ’ anno scorso pagavo 250.000 euro e quest’anno tirando sono arrivato a 430.000. E quando arrivano le bollette c’è da sentirsi male. Noi maciniamo sfruttando l’energia elettrica e siamo passati da 80.000 a 190.000 euro in due mesi. Così non si può andare avanti. Faremo la fine dei ceramisti che stanno spegnendo i forni». L’allarme di un pastaio come D ivel l a che è a valle dei mulini non è affatto esagerato. «Anzi», sottolinea il presidente di Federalimentare, «bisognerebbe riflettere se la pretesa di non scaricare questi aumenti di prezzo sul cliente finale non finirà per distruggere le filiere». Eppure verrebbe da pensare che anche l’industria potrebbe stringere un po’ la cinghia. «Per rimanere soffocati?», quasi s’inalbera Vac o n d io, «Ho come l’impressione che non si abbia un’esatta percezione dello tsunami che ha travolto l’industria alimentare e anche che non si conosca bene l’articolazione del settore. Il nostro è un comparto vitale per l’economia, ma è fatto in larghissima parte di piccole e a volta piccolissime imprese che però sono molto dinamiche. Ma queste dimensioni aziendali se consentono di stare bene sui mercati non riescono ad ammortizzare queste diseconomie esterne. Abbiamo esportato tantissimo ed è merito all’80% dei trasformatori se l’Italia ha raggiunto il record. Sia ben chiaro, senza nulla togliere al valore dell’a g r ic o l - tura, senza la quale noi faremmo moltissima fatica. È vero, compriamo materia prima all’estero perché quella italiana non è sufficiente anche se è la migliore. E noi valorizziamo questi prodotti, però come fa una piccola impresa ad assorbire un aumento del 100% del packaging? A scontare dal 50 al 100% di rincaro nei trasporti? Facevo prima l’e s e m pio del grano che è raddoppiato: chi compra la farina da me come ammortizza questo costo sommato a tutti gli altri se non gli viene riconosciuto l’aumento dei listini?». Dunque è una sorta di catena di Sant’Antonio in negativo. «Sì, e ha un terminale poco sensibile alle esigenze di chi viene prima. Io non voglio insegnare il mestiere a nessuno. Dico solo che la grande distribuzione non può non accettare la realtà.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
STUPIDA RAZZA
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