Il premier Draghi annuncia nuove
misure per affrontare i forti rincari
dell’energia e torna su un eventuale
contributo da parte di chi ha avuto
profitti extra. Ma le imprese sembrano essere ormai al limite: agroalimentare, manifattura, meccanica,
moda spiegano che i raddoppi dei
costi energetici non possono più essere assorbiti comprimendo i margini. Significa che a breve i costi di
scaricheranno sul prodotto finito,
quindi alimenteranno l’inflazione.
Intanto l’Europa non sembra avere
una strategia di interventi immediati, mentre scenario geopolitico e
tensioni russe complicano il quadro. Italia e Germania stanno intensificando i colloqui per il timore che
la Francia, forte del nucleare, possa
approfittare della crisi.
Con i prezzi dell’energia alle stelle, i cui
effetti sono stati solo debolmente ammortizzati dall’ultimo intervento del
governo concentrato soprattutto sulle
famiglie, l’allarme delle imprese, strozzate dagli ultimi rincari, è tornato a farsi
sentire insieme alla richiesta, spalleggiata da una larga fetta di partiti, di un
intervento immediato per scongiurare
il rischio di chiusure e fallimenti che attraversa l’industria della penisola.
Ma i margini di manovra dell’esecutivo, che ha già messo in campo 9,5 miliardi di misure in sei mesi tra azzeramento
degli oneri di sistema e potenziamento
dei bonus sociali (lo sconto per i nuclei
più svantaggiati), sono piuttosto stretti.
La soluzione caldeggiata da più parti è
quella di un consistente scostamento di
bilancio su cui, però, ieri, il premier Mario Draghi si è mostrato molto prudente
(«non abbiamo ancora riflettuto se sia
necessario») e che, regole alla mano,
non appare comunque possibile prima
del voto per il Quirinale. Troppo in là, insomma, per garantire quella risposta rapida che le aziende chiedono a gran voce
da settimane. Né sembra lasciare spazio
a nuove misure contro il caro-energia il
lavoro che il governo sta portando avanti in queste ore per un nuovo decreto sostegni, atteso al Consiglio dei ministri in
agenda dopodomani, che dovrebbe arrivare a muovere intorno ai 2 miliardi. La
conferma indiretta arriva dallo stesso
Draghi nella conferenza stampa convocata ieri: «La legge di bilancio ha stanziato circa 3,5 miliardi per l’emergenza bollette nel primo trimestre, è previsto che
vengano presi altri provvedimenti per
affrontare la situazione nel trimestre
successivo e nei mesi a seguire. La via del
sostegno governativo è importante, ma
non può essere l’unica», aggiunge il premier, che torna poi a chiedere un contributo da parte di quelle aziende «che
hanno fatto grandi profitti con questo
aumento del prezzo del gas»
La coperta, però, resta corta. E l’ultima manovra del governo da 3,8 miliardi (oltre al miliardo per la rateizzazione
delle bollette per i nuclei familiari più in
difficoltà con un meccanismo di anticipo alla filiera elettrica), che pure ha alleggerito l’impatto per 29 milioni di famiglie e 6 milioni di microimprese, non
ha comunque evitato aumenti importanti: +55% per la bolletta elettrica,
+41,8% per quella del gas.
Il conto risulta ancora più salato per
le imprese medio-grandi, rimaste fuori
dalle misure emergenziali previste dall’esecutivo. A subire la batosta più significativa sono i settori energivori, dalla siderurgia alla ceramica, dalle cartiere alle
vetrerie, alla chimica, che non riescono
a ribaltare sul mercato i rincari subiti e
negli ultimi mesi hanno visto comprimersi sempre di più i margini, fino ad
andare, in alcuni casi, in perdita. «Il problema è molto più grave di quanto sia
percepito nel Paese – spiega il presidente di Confindustria Ceramica, Giovanni
Savorani –. Ci sono già 5-6 aziende del
nostro settore che sono dovute ricorrere
alla cassa integrazione per far fronte a
una situazione che sta diventando insostenibile. Abbiamo proposto due tipi di
intervento per cercare di calmierare i
prezzi: immettere sul mercato le riserve
strategiche di gas e riattivare l’ estrazione dai nostri giacimenti».
Quest’ultimo intervento, sebbene importante, richiederebbe tuttavia tra
i 18 e i 24 mesi per essere a regime, mentre le imprese hanno bisogno di misure
immediate. «Alcune aziende hanno deciso di prolungare il periodo di chiusura
natalizia perché in questo momento
non è conveniente produrre, visto che
l’incidenza della componente energia
sul conto economico è passata dal 10-
15% a oltre il 50% – spiega il presidente
di Confindustria Lombardia, Francesco
Buzzella –. Anche perché c’è una concorrenza estera che non ha questi costi:
negli Stati Uniti il gas costa circa 11 dollari per megawattora, da noi 87 euro. In
Asia si ricorre ancora prevalentemente
il carbone, che costa molto meno, oltre
a inquinare di più». Un bel problema
per una manifattura fortemente vocata
all’export come quella italiana. Buzzella
è molto chiaro: «Senza un intervento urgente del governo italiano e dell’Europa il rischio a medio termine è perdere interi settori produttivi, che a questi
prezzi non riuscirebbero a reggere la
concorrenza internazionale».
Il problema, a cascata, interessa ormai tutti i comparti, perché gli aumenti
a monte delle filiere produttive progressivamente stanno arrivando a valle, su chi realizza i prodotti finiti. Conferma Barbara Colombo, presidente di
Ucimu, l’associazione dei produttori di
macchine utensili: «Le nostre non sono aziende particolarmente energivore, ma abbiamo problemi di approvvigionamento su alcuni componenti necessari alla produzione, ad esempio i
basamenti delle nostre macchine, che
hanno subito aumenti di prezzo fino al
50% e oltre e si attendono ulteriori rialzi». Aumenti che non sempre è possibile ribaltare sul mercato, soprattutto
per chi vende all’estero e deve competere con produttori di altri Paesi, dove
i prezzi dell’energia incidono meno.
Qualcosa di simile accade nell’industria del mobile, di per sé poco energivora, ma che necessita di componenti sulla
cui produzione, invece, i rincari di gas ed
energia elettrica incidono fortemente,
come pannelli in legno, metalli e materie
plastiche. «Finora le nostre imprese sono riuscite a limitare gli aumenti sui
consumatori finali, comprimendo i
margini o riducendo altre voci di spesa,
ma ora sta diventando difficile – osserva
il presidente di FederlegnoArredo Claudio Feltrin. La preoccupazione è che
questa situazione finisca per frenare i
consumi e dunque rallentare l’onda positiva che ha caratterizzato il nostro settore nell’ultimo anno e mezzo».
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