La Cina, stato totalitario, da un lato punta, nella sua specificità, ad avere il controllo diretto su tutte le transazioni (condizione che la natura decentralizzata del bitcoin rende difficile); ma dall’altro, similmente un po’ a tutte le banche centrali del mondo, vuole impedire che la stessa decentralizzazione della blockchain possa intaccare la sovranità monetaria dello Stato. Già, la sovranità monetaria.
D
a un lato la Cina, dove i
criptoasset sono vietati.
Dall’altro El Salvador che
ha riconosciuto corso legale al bitcoin. Sono gli
estremi opposti sul fronte delle leggi
nazionali rispetto alla criptosfera. Un
ambito che, al di là delle due ben note
situazioni, ha subito un’importante
evoluzione. La prova? È offerta dall’aggiornamento della “Regulation of
Cryptocurrency around the World”
pubblicato dalla Law Library del
Congresso Usa. Secondo il documento, al novembre scorso, gli Stati che
hanno imposto il divieto assoluto
sulle criptovalute sono 9 (erano 8 nel
2018). Si tratta, oltre all’Impero di
Mezzo, di: Marocco, Algeria, Tunisia,
Egitto, Nepal, Iraq, Oman e Qatar. A
queste, poi, devono aggiungersi le
giurisdizioni dove le cryptocurrencies sono bandite implicitamente.
Cioè: nei casi in cui, ad esempio, le
banche, o altri istituti finanziari, non
possono trattare i criptoasset od offrire servizi che li riguardano. Seppure questo non significhi, come nel caso della Nigeria, che le criptoattività
siano assenti. Ebbene qui, negli ultimi 4 anni, si è passati da 15 a 42 Stati
nemici del bitcoin. Non solo. Il legislatore, sempre rispetto alla cryptoeconomy, si è poi attivato su tre livelli: quello della tassazione, dell’antiriciclaggio e della lotta al terrorismo.
In questo caso i Paesi che hanno
adottato una delle norme in oggetto
(spesso tutte) sono saliti a 103 (erano
33 nel 2018). Insomma: i numeri indicano che c’è stata la stretta legislativa. Certo: la situazione è a macchia
di leopardo. Le aree più industrializzate (dal Nord America all’Europa fino al Giappone) sono assenti dal
gruppo di chi ha imposto il bando assoluto (od implicito) alle cryptocurrencies. In questi Paesi, facendo gola
il business della blockchain, la spinta
è stata sulle leggi fiscali, anti-riciclaggio o anti-terrorismo. Lo stop assoluto (o implicito) alla criptosfera, al
contrario, è maggiormente diffuso in
continenti quali l’Africa. Ciò detto:
quali le motivazioni del trend? Alcune sono una peculiarità del singolo
Paese; altre, invece, sono globali. Così è, ad esempio, per Pechino. La Cina, stato totalitario, da un lato punta,
nella sua specificità, ad avere il controllo diretto su tutte le transazioni
(condizione che la natura decentralizzata del bitcoin rende difficile); ma
dall’altro, similmente un po’ a tutte le
banche centrali del mondo, vuole impedire che la stessa decentralizzazione della blockchain possa intaccare la
sovranità monetaria dello Stato.
Già, la sovranità monetaria. Il potere di emettere valuta è spesso alla
base del bando completo delle criptocurrencies anche nelle nazioni musulmane. In questo caso, però, sussiste un ulteriore fil rouge: la finanza
islamica. «Si tratta di Paesi -spiega
Paolo Biancone, docente di finanza
islamica all’Università di Torino -
ognuno dei quali fa storia a sé». E,
però, «la presenza della finanza islamica, seppure in coesistenza con
quella tradizionale, può influire sulla
legislazione delle criptocurrencies».
Vale a dire? «Tra le sue principali caratteristiche, oltre al divieto di applicazione dei tassi d’interesse, ci sono
da una parte la proibizione della speculazione»; e, dall’altra, «la contrarietà all’eccessiva incertezza o aleatorietà». Cioè: «Non è ammessa la
transazione che non sia certa a causa,
ad esempio, di un oggetto contrattuale non ben definito». A fronte di
un simile contesto i criptoasset, che
sono altamente volatili e giuridicamente non specificatamente identificati, «possono facilmente finire nel
radar di una norma che punta ad
ostacolarli». Così può ricordarsi
l’Egitto. Lo Stato africano, con il decreto religioso del 28/12/2017, ha
stabilito che nessuna persona può
trattare con il bitcoin.
Ma non è solamente la finanza
islamica. Un altro aspetto, per l’appunto, è la sempre maggiore proliferazione di norme fiscali, anti-terrorismo o anti-riciclaggio. «La dinamica
-spiega Andrea Conso, avvocato
esperto di criptovalute – non stupisce. Quando sorge un nuovo fenomeno, quale quello tecnologico della
blockchain, che ad esempio può implicare la creazione di ricchezza è
piuttosto normale che la norma» lo
aggredisca sul fronte della tassazione. Inoltre, poiché questi titoli digitali si basano sulla crittografia – la quale
garantisce l’anonimato – e fanno a
meno di intermediari tradizionali, il
legislatore punta «ad intervenire per
contrastare eventuali attività criminali». Tipicamente il riciclaggio di
denaro illecito oppure, visti i tanti attentati in giro per il mondo, il terrorismo. L’Italia, a ben vedere, è un precursore. Il Belpaese, primo in Europa, ha adottato la V Direttiva Ue sull’“Anti money laundering”.
Riguardo, invece, al fronte del fisco
non esiste una norma ad hoc. Tuttavia l’Agenzia delle Entrate considera
il bitcoin alla stregua di una valuta
estera e l’eventuale cripto plusvalenza è tassata al 26% (con franchigia). In
generale il Vecchio continente, attraverso la proposta del regolamento
MiCa (atteso alla sua approvazione
nel 2024), ha intrapreso la strada della creazione di una normativa generale per le criptovalute. «La strategia
– riprende Conso- è corretta, se non
altro perché elimina l’arbitraggio
normativo». Al di là di ciò, però, restano diversi dubbi. Tra gli altri: la
non applicazione del principio di
neutralità tecnologica. «Ci sono attività che, pure non avendo contenuto
finanziario ma per il solo fatto di
sfruttare la blockchain, vengono assimilate ai prodotti d’investimento».
Fare di tutta un’erba un fascio è un
errore. «Il rischio è di frenare il settore». Un problema che, nonostante le
molte alzate di scudi, gli Stati Uniti
paiono non correre. Nella patria del
capitalismo tecnologico l’approccio
è pragmatico. Il business della criptosfera interessa. Quindi, da un lato,
si consente la quotazione a Wall Street di una piattaforma centralizzata di
scambi come Coinbase o dell’Etf sul
(derivato) del bitcoin; e dall’altro, soprattutto attraverso il lavorio delle
authority, si impedisce (per ora) che
i buoi scappino dalla stalla. Il tempo
dirà se (soprattutto) le grandi multinazionali hi-tech riusciranno nell’intento tanto agognato da Friedich Von
Hayek. Cioè: creare ed emettere monete (virtuali) private che possano fare concorrenza al dollaro.
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