STUPIDA RAZZA

domenica 16 gennaio 2022

Le nazioni anti bitcoin sono più che duplicate Occidente meno severo

 

 La Cina, stato totalitario, da un lato punta, nella sua specificità, ad avere il controllo diretto su tutte le transazioni (condizione che la natura decentralizzata del bitcoin rende difficile); ma dall’altro, similmente un po’ a tutte le banche centrali del mondo, vuole impedire che la stessa decentralizzazione della blockchain possa intaccare la sovranità monetaria dello Stato. Già, la sovranità monetaria.

D a un lato la Cina, dove i criptoasset sono vietati. Dall’altro El Salvador che ha riconosciuto corso legale al bitcoin. Sono gli estremi opposti sul fronte delle leggi nazionali rispetto alla criptosfera. Un ambito che, al di là delle due ben note situazioni, ha subito un’importante evoluzione. La prova? È offerta dall’aggiornamento della “Regulation of Cryptocurrency around the World” pubblicato dalla Law Library del Congresso Usa. Secondo il documento, al novembre scorso, gli Stati che hanno imposto il divieto assoluto sulle criptovalute sono 9 (erano 8 nel 2018). Si tratta, oltre all’Impero di Mezzo, di: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Nepal, Iraq, Oman e Qatar. A queste, poi, devono aggiungersi le giurisdizioni dove le cryptocurrencies sono bandite implicitamente. Cioè: nei casi in cui, ad esempio, le banche, o altri istituti finanziari, non possono trattare i criptoasset od offrire servizi che li riguardano. Seppure questo non significhi, come nel caso della Nigeria, che le criptoattività siano assenti. Ebbene qui, negli ultimi 4 anni, si è passati da 15 a 42 Stati nemici del bitcoin. Non solo. Il legislatore, sempre rispetto alla cryptoeconomy, si è poi attivato su tre livelli: quello della tassazione, dell’antiriciclaggio e della lotta al terrorismo. In questo caso i Paesi che hanno adottato una delle norme in oggetto (spesso tutte) sono saliti a 103 (erano 33 nel 2018). Insomma: i numeri indicano che c’è stata la stretta legislativa. Certo: la situazione è a macchia di leopardo. Le aree più industrializzate (dal Nord America all’Europa fino al Giappone) sono assenti dal gruppo di chi ha imposto il bando assoluto (od implicito) alle cryptocurrencies. In questi Paesi, facendo gola il business della blockchain, la spinta è stata sulle leggi fiscali, anti-riciclaggio o anti-terrorismo. Lo stop assoluto (o implicito) alla criptosfera, al contrario, è maggiormente diffuso in continenti quali l’Africa. Ciò detto: quali le motivazioni del trend? Alcune sono una peculiarità del singolo Paese; altre, invece, sono globali. Così è, ad esempio, per Pechino. La Cina, stato totalitario, da un lato punta, nella sua specificità, ad avere il controllo diretto su tutte le transazioni (condizione che la natura decentralizzata del bitcoin rende difficile); ma dall’altro, similmente un po’ a tutte le banche centrali del mondo, vuole impedire che la stessa decentralizzazione della blockchain possa intaccare la sovranità monetaria dello Stato. Già, la sovranità monetaria. Il potere di emettere valuta è spesso alla base del bando completo delle criptocurrencies anche nelle nazioni musulmane. In questo caso, però, sussiste un ulteriore fil rouge: la finanza islamica. «Si tratta di Paesi -spiega Paolo Biancone, docente di finanza islamica all’Università di Torino - ognuno dei quali fa storia a sé». E, però, «la presenza della finanza islamica, seppure in coesistenza con quella tradizionale, può influire sulla legislazione delle criptocurrencies». Vale a dire? «Tra le sue principali caratteristiche, oltre al divieto di applicazione dei tassi d’interesse, ci sono da una parte la proibizione della speculazione»; e, dall’altra, «la contrarietà all’eccessiva incertezza o aleatorietà». Cioè: «Non è ammessa la transazione che non sia certa a causa, ad esempio, di un oggetto contrattuale non ben definito». A fronte di un simile contesto i criptoasset, che sono altamente volatili e giuridicamente non specificatamente identificati, «possono facilmente finire nel radar di una norma che punta ad ostacolarli». Così può ricordarsi l’Egitto. Lo Stato africano, con il decreto religioso del 28/12/2017, ha stabilito che nessuna persona può trattare con il bitcoin. Ma non è solamente la finanza islamica. Un altro aspetto, per l’appunto, è la sempre maggiore proliferazione di norme fiscali, anti-terrorismo o anti-riciclaggio. «La dinamica -spiega Andrea Conso, avvocato esperto di criptovalute – non stupisce. Quando sorge un nuovo fenomeno, quale quello tecnologico della blockchain, che ad esempio può implicare la creazione di ricchezza è piuttosto normale che la norma» lo aggredisca sul fronte della tassazione. Inoltre, poiché questi titoli digitali si basano sulla crittografia – la quale garantisce l’anonimato – e fanno a meno di intermediari tradizionali, il legislatore punta «ad intervenire per contrastare eventuali attività criminali». Tipicamente il riciclaggio di denaro illecito oppure, visti i tanti attentati in giro per il mondo, il terrorismo. L’Italia, a ben vedere, è un precursore. Il Belpaese, primo in Europa, ha adottato la V Direttiva Ue sull’“Anti money laundering”. Riguardo, invece, al fronte del fisco non esiste una norma ad hoc. Tuttavia l’Agenzia delle Entrate considera il bitcoin alla stregua di una valuta estera e l’eventuale cripto plusvalenza è tassata al 26% (con franchigia). In generale il Vecchio continente, attraverso la proposta del regolamento MiCa (atteso alla sua approvazione nel 2024), ha intrapreso la strada della creazione di una normativa generale per le criptovalute. «La strategia – riprende Conso- è corretta, se non altro perché elimina l’arbitraggio normativo». Al di là di ciò, però, restano diversi dubbi. Tra gli altri: la non applicazione del principio di neutralità tecnologica. «Ci sono attività che, pure non avendo contenuto finanziario ma per il solo fatto di sfruttare la blockchain, vengono assimilate ai prodotti d’investimento». Fare di tutta un’erba un fascio è un errore. «Il rischio è di frenare il settore». Un problema che, nonostante le molte alzate di scudi, gli Stati Uniti paiono non correre. Nella patria del capitalismo tecnologico l’approccio è pragmatico. Il business della criptosfera interessa. Quindi, da un lato, si consente la quotazione a Wall Street di una piattaforma centralizzata di scambi come Coinbase o dell’Etf sul (derivato) del bitcoin; e dall’altro, soprattutto attraverso il lavorio delle authority, si impedisce (per ora) che i buoi scappino dalla stalla. Il tempo dirà se (soprattutto) le grandi multinazionali hi-tech riusciranno nell’intento tanto agognato da Friedich Von Hayek. Cioè: creare ed emettere monete (virtuali) private che possano fare concorrenza al dollaro.

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