STUPIDA RAZZA

domenica 16 gennaio 2022

Peste suina: export a rischio e allevamenti sotto pressione

 

«Se dovesse arrivare lo stop all’export di prosciutti e salami da parte di paesi come Gran Bretagna o gli Stati Uniti, saranno guai seri. Con perdite dell’export del 15-18%, sarà a rischio la sopravvivenza degli stessi allevamenti suini italiani». È preoccupato Maurizio Gallo, direttore dell’Associazione nazionale allevatori suini (Anas): da quando, il 7 di gennaio, è stato segnalato il primo caso di peste suina africana in un cinghiale della zona di Ovada, in provincia di Alessandria, pesanti ripercussioni si sono già abbattute sul comparto produttivo. Cina, Giappone, Taiwan e Kuwait hanno già disposto la sospensione delle importazioni di carne di maiale e di insaccati italiani: già questo, secondo le stime di Assica, è abbastanza per far perdere al nostro Paese 20 milioni di euro di export al mese. Tra salumi - che sono la maggior parte - e carne di maiale non lavorata, l’Italia esporta ogni anno 1,6 miliardi di euro. Se le preoccupazioni sanitarie porteranno altri Paesi a stabilire il blocco delle importazioni, la fetta di fatturato che verrebbe a mancare al settore sarebbe più ampia. La peste suina africana, è bene dirlo, non è una malattia che si trasmette all’uomo. Si trasmette però tra cinghiali e maiali, quindi può colpire gli allevamenti: insaccati e carni possono diventare un veicolo di trasmissione nella misura in cui i loro scarti entrano nell’alimentazione di altri maiali. Ad oggi, in Italia, i casi di cinghiali malati identificati sono solo tre: un numero in sé irrisorio, certo, ma abbastanza per aver fatto scattare nelle autorità sanitarie l’istituzione di una zona rossa a cavallo tra le province di Alessandria, Genova e Savona. Come funziona? «Significa che dall’area individuata non possono uscire nè animali vivi né insaccati - spiega Davide Calderone, direttore di Assica - chi ha un allevamento o un salumificio in questa zona, di fatto non può operare. Si tratta, peraltro, di un provvedimento riconosciuto dalla normativa europea: chi produce in queste zone non solo non può vendere in Italia, ma nemmeno negli altri Stati membri della Ue». Al momento, per fortuna, la regione circoscritta dal cordone non coincide con un’area strategica nè per l’allevamento nè per la macellazione dei suini in Italia. Ma cosa succederebbe se i casi si allargassero alla vicina Pianura Padana, culla della suinicoltura made in Italy e di importanti Dop, una tra tutte il Prosciutto di Parma? A quel punto, l’export italiano si fermerebbe in tutta Europa, «e con buona probabilità anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna - dice Calderone - due Paesi che riconoscono questo principio della regionalizzazione». Qualcosa di simile è già successo in Sardegna, dove la peste suina africana è presente fine dal 1978. All’inizio, ad essere colpite furono solo alcune zone interne dell’isola, poi negli anni Novanta la situazione precipitò e tutta la Sardegna divenne zona rossa. Per fortuna, una parte della normativa dice che se uno stabilimento di trasformazione si trova in quella zona, ma per insaccare utilizza esclusivamente carne di maiale prodotta altrove, può continuare a lavorare. «Peccato però che questa opzione non sia praticabile su larga scala - dice Calderone - per esempio, i disciplinari dei prodotti Dop, come il Prosciutto di Parma, fissano regole stringenti sull’origine delle materie prime». In Italia vengono lavorate 2 milioni e mezzo di tonnellate di carne suina, di cui 400mila vengono poi esportate. L’80% della produzione di carne di maiale viene dedicata a prosciutti e salami, alla realizzazione di Dop e Igp. Per proteggere questo importante comparto dell’industria alimentare nazionale, dunque, occorre che l’Italia agisca con grande rapidità: «Chiediamo il contenimento immediato degli animali malati all’interno di aree recintate - dice Calderone - per non far uscire il virus è anche necessario disinfettare le ruote dei camion che portano i mangimi negli allevamenti e le suole delle scarpe di chi ci lavora». «Siamo costretti ad affrontare una grave emergenza sanitaria perché per irresponsabilità è mancata l’azione di prevenzione di fronte alla moltiplicazione dei cinghiali che invadono città e campagne da Nord a Sud dell’Italia dove si contano ormai più di 2,3 milioni di esemplari», ha detto ieri il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini. Anche la Cia-Agricoltori italiani punta il dito contro la «scellerata gestione del problema della fauna selvatica da parte dei nostri decisori politici, all’origine di questo grave allarme sanitario».

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