S ia la Federal Reserve che la Banca centrale europea si
avviano a normalizzare la politica monetaria, cioè
riportare i tassi di interesse in territorio positivo. Ma
hanno annunziato che lo faranno con due percorsi
diversi, pur essendo il punto di partenza identico, da
almeno tre punti di vista.
1 La priorità della politica monetaria sia negli Stati Uniti che in
Europa sembra essere diventata quella di evitare che la crescita
dell’inflazione diventi un fenomeno preoccupante. Negli Stati
Uniti, i dati resi pubblici lo scorso mercoledì mostrano che in
dicembre si è verificata una salita dei prezzi al consumo pari al 7%
su base annua, che rappresenta l’incremento più forte registrato
negli ultimi quaranta anni. In parallelo, nello stesso mese, il
medesimo dato per l’eurozona è stato pari al 5 per cento. È un dato
importante per le due banche centrali? Finora la Fed ha sostenuto
che, dati i suoi due obiettivi statutari – massima occupazione e
inflazione – andava data priorità al raggiungimento del primo. Ma
a questa finalità non è mai corrisposta una quantificazione
numerica. L’ultimo dato disponibile sul tasso di disoccupazione –
3,9% – è vicino al 3,5% che era stato raggiunto prima dell’inizio
della recessione pandemica. Questa circostanza – condita da
dichiarazioni verbali, ancorché individuali ed estemporanee, di
membri della Fed – ha fatto crescere il consenso sull’ipotesi che
l’attenzione della banca centrale
americana si stia spostando sulla
dinamica dei prezzi. Molto più
facile invece la risposta per la
Banca centrale europea: il suo
obiettivo statutario principale è
l’inflazione. Punto.
2 Entrambe le banche centrali
sono convinte che l’inflazione
potrà essere tenuta sotto
controllo se le aspettative di
famiglie, imprese e mercati
non incorporeranno una
crescita sostenuta e
permanente dei prezzi.
3 Sia la Fed che la Bce sanno che
sulla dinamica delle aspettative gioca un ruolo fondamentale
quello che loro stesse fanno e dicono.
Qui entra in gioco la strategia che ciascuna banca centrale ha
annunziato. La pubblicazione dei verbali della riunione della Fed
dello scorso dicembre dedica un paragrafo proprio a una prima
discussione del tema legato alla cosiddetta normalizzazione
della politica monetaria. La strategia della Fed sembra essere
fondata su tre pilastri.
Il primo pilastro è l’importanza di comunicare in anticipo come
verrà pianificata la normalizzazione. In parallelo, il secondo
pilastro è quello di riservarsi comunque una flessibilità nel
disegno e nell’implementazione di tale pianificazione, per
tener conto dell’andamento della congiuntura. Il terzo pilastro
è la sequenza: prima rialzare i tassi di interesse, poi ridurre le
dimensioni del bilancio della Fed, quindi l’ammontare della
cosiddetta moneta primaria.
La sequenza “prima i tassi, poi la liquidità ” viene giustificata con
tre argomenti: gli effetti sono più prevedibili; è una sequenza più
facile da comunicare; la Fed potrà trarre beneficio dall’aver
utilizzato la stessa sequenza qualche anno fa, tenendo però delle
differenze, macroeconomiche e non, tra allora e oggi. Sulla base di
queste informazioni, sta crescendo il consenso sull’eventualità che
a marzo ci sia il primo rialzo dei tassi della Fed, a cui ne
seguirebbero altri due o tre, magari intrecciati con l’inizio della
riduzione della immissione della liquidità , a partire dall’autunno.
Il primo e secondo pilastro sono presenti anche nella strategia
della Bce. La differenza sostanziale è nel terzo pilastro: la Bce ha
annunziato un “prima la liquidità , poi i tassi”, con paletti molto
più chiari. I tassi cresceranno solo quando l’inflazione sarÃ
effettivamente, stabilmente e strutturalmente al 2 per cento. La
liquidità ha già iniziato a ridursi, con un piano già annunziato.
Quale delle due strategie sarà più efficace nell’influenzare le
aspettative? Lo vedremo nei prossimi mesi, sperando
comunque che lo siano entrambe.
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