STUPIDA RAZZA

mercoledì 9 febbraio 2022

Inflazione, la tassa più asimmetrica su famiglie e imprese

 

N elle ultime settimane si sono diffuse preoccupazioni crescenti sulle tensioni inflazionistiche, dovute a significativi aumenti dei prezzi lungo tutte le filiere produttive, fino al dettaglio. Secondo l’Istat, nel mese di gennaio 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività registra un aumento dell’1,6% su base mensile e del 4,8% su base annua. Il fenomeno è particolarmente evidente per i prodotti energetici, dove si registra una crescita preoccupante dei prezzi (da +29,1% di dicembre a 38,6% di gennaio) che si riverbera sui costi di produzione delle imprese e sulle bollette pagate dalle famiglie; con un danno che, in entrambi i casi, è proporzionalmente maggiore per i soggetti più deboli. Dal punto di vista macroeconomico la spinta inflazionistica a cui stiamo assistendo non è certo sorprendente: si tratta di un effetto collaterale della crescente domanda a livello sia nazionale che internazionale conseguente alla ripresa economica post-pandemia che per fortuna stiamo vivendo (con una crescita del Pil che non si registrava da decenni); una crescita in larga misura alimentata dalle iniezioni di liquidità e dalle manovre espansive deliberatamente attivate (si pensi, a livello nazionale, alle generose esenzioni fiscali in materia edilizia) per portare l’economia fuori dalla recessione conseguente al Covid. Insomma, dopo anni di economia stagnante o recessiva e di prezzi fermi o addirittura in diminuzione un po’ di inflazione da domanda è quasi benvenuta. E in questo quadro ci può stare che la maggiore domanda finale faccia lievitare prezzi e costi a monte, come sta accadendo nell’edilizia, dove il boom trainato da 110% e dintorni ha prodotto un aumento dei costi delle materie prime e delle parcelle dei professionisti che è sotto gli occhi di tutti. Il problema è che a questa componente, per così dire, fisiologica, si sta aggiungendo una spinta di natura esogena dal lato dei costi dell’energia, alimentata da fattori di natura geopolitica fuori controllo i cui effetti si cumulano anche attraverso le aspettative degli operatori, con il rischio di innescare una spirale inflazionistica – quella sì – ben più grave di qualche punto percentuale di inflazione frizionale. In questo contesto, la maggiore criticità è la tassa regressiva che spesso è associata all’inflazione; ossia gli effetti asimmetrici che essa rischia di produrre, colpendo più duramente le famiglie povere, le imprese più deboli, i settori o le componenti della filiera con minore potere di mercato. È quest’ultimo il caso del comparto alimentare, più colpito di altri settori dalla componente esogena dell’inflazione (si pensi alla crescita dei prezzi dei fertilizzanti, largamente trainata dall’aumento dei costi dell’energia) e meno di altri in grado di trasferire sui consumatori finali gli aumenti dei costi di produzione. E quand’anche riuscisse a farlo, non ci sarebbe da rallegrarsene, giacché l’effetto sarebbe un aumento del prezzo del cibo a tutto danno delle famiglie più povere che, nonostante la ripresa economica, continuano a crescere e a soffrire. In questo quadro le imprese del settore agricolo vivono una difficoltà ancora maggiore, essendo a loro volta i soggetti più deboli della filiera agroalimentare, sia in termini di dimensione e solidità economica che, soprattutto, di potere contrattuale nei loro rapporti a monte e a valle. Dunque, mai come in questo momento è necessario assicurare il rispetto della recente normativa sulle pratiche sleali per evitare che l’effetto asimmetrico dell’inflazione si manifesti senza freni e senza regole sui soggetti più deboli. Ma questo potrebbe non bastare e in tal caso non ci sarebbe niente di strano, tra i tanti ristori e aiuti generosamente erogati a comparti in difficoltà, di pensare a un sostegno per la componente più debole di un settore strategico per la produzione di cibo e la difesa del territorio.

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