STUPIDA RAZZA

mercoledì 9 febbraio 2022

Riesplode l’influenza dei polli: 306 focolai, uccisi 15 milioni di capi



Quindici milioni gli animali abbattuti, 306 focolai accertati, 1.600 aziende sul lastrico. È questo il primo bilancio dei danni causati dall’influenza aviaria in Italia, e sono numeri da emergenza. L’epidemia sta colpendo gli allevamenti di polli, di tacchini, di galline da uova: nessun pericolo per l’uomo, dice la scienza, ma la legislazione comunitaria impone che là dove ci siano capi infetti, venga soppressa l’intera comunità e vengano messi in quarantena anche gli allevamenti limitrofi. I primi casi sono cominciati lo scorso ottobre tra il Veneto e la Lombardia, ma la progressione del contagio è stata rapidissima. Il settore delle carni bianche in Italia vale 4,1 miliardi di euro di fatturato, coinvolge 18mila imprese e dà lavoro a 38mila persone. Il Veneto è la prima regione italiana con il 41% della produzione nazionale e il 14% delle imprese, seguita dalla Lombardia, dove oggi si contano quasi 26 milioni di animali tra polli, galline e tacchini. Quanto alle uova, l’Italia è il quarto produttore europeo con oltre 796mila tonnellate all’anno. Grazie a un emendamento della commissione Bilancio del Senato, nell’ultima manovra economica è stato stanziato un Fondo per l’emergenza avicola con una dotazione di 30 milioni di euro. «Non possiamo che considerarli un ristoro per l’immediato, diciamo un anticipo sui fondi comunitari che ci metteranno due anni ad arrivare», racconta Simone Menesello, presidente della sezione nazionale avicola di Confagricoltura. Un imprenditore che l’emergenza aviaria la conosce da vicino: il suo allevamento si trova in provincia di Padova e per colpa del contagio ha dovuto abbattere tutti i capi. «Il problema non è solo quello di rimanere senza animali - racconta - ma è il lungo fermo a cui siamo costretti prima di poter riprendere le attività». L’ultimo decreto emanato per circoscrivere l’emergenza fissa infatti una zona rossa dove non sarà possibile riprendere le attività di ripopolamento prima del 31 marzo. Significa che chi è stato colpito tra i primi, ad ottobre, deve stare fermo almeno cinque mesi. «Aggiungiamo - dice Menesello - che da quando si avviano le procedure a quando un allevamento torna a produrre reddito passano, se va bene, almeno altri quattro mesi: qualche imprenditore potrebbe essere costretto a chiudere. Ecco perché servono i ristori, e servono subito». La riunione che deve avviare la discussione su come distribuire i 30 milioni di fondi è fissata per la prossima settimana al ministero dell’Agricoltura, ma occorre fare presto. Nel frattempo Confagricoltura ha incassato un primo aiuto da parte delle banche: Crédit Agricole Italia, Unicredit, Banco Bpm, Intesa Sanpaolo, Bnl (gruppo Bnp Paribas) e Banca Popolare di Sondrio hanno risposto all’appello e hanno accettato di posticipare le scadenze dei pagamenti di finanziamenti e prestiti delle imprese colpite dall’epidemia. Ma come si combatte l’aviaria, dal punto di vista sanitario? Curare gli animali non si può, però c’è l’opzione vaccino. Quello di vecchia generazione è stato abbandonato, perché creava parecchi problemi quando si trattava di esportare le carni. E quello nuovo, già utilizzato negli Stati Uniti, è ancora in attesa di approvazione da parte delle autorità europee. Francia e Olanda, però, lo stanno già utilizzando in via sperimentale: «Credo sia giunto il momento anche per l’Italia di introdurre il vaccino contro l’aviaria - sostiene l’assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, Fabio Rolfi -. Lo sta già facendo la Francia in maniera strutturata, come annunciato dal ministro dell’Agricoltura Julien Denormandie, e anche noi dobbiamo intervenire per una profilassi diffusa contro questa malattia. Per la biosicurezza servono inoltre risorse nel Pnrr. La filiera avicola è un’eccellenza italiana e va tutelata con ristori e investimenti. Servono soluzioni concrete per arginare la fauna selvatica, vettore della malattia, e aiuti alle imprese». Ad oggi, l’Italia è autosufficiente quanto all’allevamento di pollame: «La filiera delle carni bianche ha ancora magazzino per resistere due mesi», dice Menesello. Poi chissà: «Un certo rialzo dei prezzi già si vede sul mercato, per via della domanda che supera l’offerta. Se non dovessimo essere in grado di ripristinare gli allevamenti per tempo, andremmo incontro a rincari ancora maggiori. E a uno sbarco di carni straniere sul mercato».

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