STUPIDA RAZZA

martedì 8 febbraio 2022

L’Autorità sui conti: prezzi su del 3,6%, record dell’era euro

 

Oltre a «sorprendere» qualche banchiere centrale, la febbre dell’inflazione cambia gli scenari dell’economia. Con una rapidità evidenziata bene dagli aggiornamenti continui delle stime macro. L’ultima, diffusa ieri dall’Ufficio parlamentare di bilancio nella nuova «Nota sulla congiuntura», è importante per due ragioni. Per l’autorevolezza che l’Ufficio ha saputo darsi nei suoi primi otto anni di vita, e per il ruolo chiave che l’Autorità parlamentare dei conti avrà fra poco più di due mesi, quando dovrà «validare» il nuovo programma di finanza pubblica costruito dal governo nel Def. Perché quello della Nota di aggiornamento dell’autunno scorso è invecchiato presto. I numeri Nelle nuove tabelle Upb la previsione della crescita si ferma al 3,9% per quest’anno e all’1,9% per il prossimo. Si tratta di otto decimali in meno rispetto agli obiettivi del governo per il 2022, e di nove decimali nel 2023. Ma la distanza potrebbe allargarsi ancora perché, avverte la nota, «i rischi delle previsioni sulla crescita restano orientati prevalentemente al ribasso». E tra i pesi che spingono gli indicatori in giù primeggia appunto «la forte volatilità dei prezzi». L’inflazione al consumo che nei documenti di finanza pubblica si traduce nel deflatore del Pil è calcolata per quest’anno dall’Upb al 3,6 per cento. Il tasso è 2,25 volte superiore a quello indicato a ottobre dalla Nadef. Sono, sottolineano gli economisti dell’Autorità parlamentare, «valori mai raggiunti dall'avvio dell’Unione Monetaria Europea». Per incontrare un livello superiore bisogna infatti risalire al 1996, quando a Palazzo Chigi entrò per la prima volta Romano Prodi succedendo a Lamberto Dini e al Quirinale c’era Oscar Luigi Scalfaro. Un altro mondo. La fiammata si è ovviamente sprigionata dai beni energetici, che a gennaio hanno registrato un aumento tendenziale del 38,6% dopo il +29,1% messo a segno a dicembre. Ma numeri del genere hanno già attivato la cinghia di trasmissione che trasmette i rincari agli altri beni di consumo. I prezzi dei beni alimentari sono cresciuti a gennaio del 3,5%  (+2,6% a dicembre), con un salto analogo a quello vissuto dai servizi culturali e di cura della persona (era +2,3% a fine 2021). Giù per li rami il fuoco arriva a scaldare anche la cosiddetta «inflazione di fondo», quella che si calcola al netto di energia e di alimentari freschi. Da agosto a oggi l’80% delle voci di spesa che compongono il paniere dell’Indice armonizzato dei prezzi al consumo ha subito aumenti di almeno l’1%, e nel 30% dei casi la loro inflazione è stata di almeno il 2 per cento. La nebbia sul 2023 Tutta questa vivacità compone panorami complicati da prevedere. Per il 2023 il deflatore del Pil calcolato dall’Ufficio parlamentare di bilancio ridiscende verso l’1,8%. Ma è proprio su questo orizzonte di tempo che i contatori girano più in fretta. Solo pochi giorni fa Bankitalia stimava per il prossimo anno un’inflazione all’1,6%, in linea con le previsioni dell’Ocse, l’ultima stima Ref si fermava all’1,1% mentre quella di Oxford Economics metteva in tabella addirittura un tasso negativo dello 0,1%. «È da ritenere che nelle prossime settimane diversi previsori rivedranno al rialzo le stime sulla dinamica dei prezzi dell’Italia - evidenzia l’Upb». E in futuro la stessa scelta potrebbe essere adottata dallo stesso Ufficio parlamentare, perché «le ipotesi di una flessione delle quotazioni nell’orizzonte previsivo potrebbero rivelarsi superate in breve tempo». L’inflazione, in sintesi, sembra correre più dei documenti che provano a calcolarla. E poi ci sono i conti pubblici Con quali effetti sulla finanza pubblica? Anche qui le previsioni sono un esercizio acrobatico. Ma due dati sono certi. L’inflazione gonfia il Pil nominale quindi abbassa il peso relativo del debito. Ma si trasmette ai tassi di interesse, e quindi al deficit, con una catena che può essere accorciata da vari fattori. La mole del debito, ovviamente, che rende l’Italia più esposta ai rialzi. Ma anche la «sorpresa» alimentata a Francoforte dalla dinamica dei prezzi, che ieri ha contribuito a far salire a 150 punti lo spread con un rendimento del BTp decennale saltato all’1,64%. O l’incertezza politica che la conferma di Mattarella al Quirinale non ha cancellato dai monitor delle agenzie di rating. Come ha spiegato ieri Fitch.

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