Il governo lavora a sbloccare il nodo del potenziamento della produzione nazionale di gas per portare l’asticella fino a 4-5 miliardi di metri cubi annui (a fronte degli attuali 3,2 miliardi di metri cubi). E garantire così uno dei tasselli clou del decreto contro il caro bollette, atteso sul tavolo del Consiglio dei ministri di domani e al quale è legata una delle misure chieste a gran voce dalle imprese: la cessione del gas ottenuto dal rilancio, a prezzi calmierati (16/20 centesimi per metro cubo standard) e con contratti decennali, all’industria gasivora, in grande affanno per il perdurare degli aumenti dei prezzi dell’energia. Un passaggio chiave, insieme ovviamente a quello delle risorse, ferme per ora a 4-5 miliardi, considerando che gli 1,5 miliardi promessi dal prelievo sugli eventuali extraprofitti dei produttori di elettricità da fonti rinnovabili, contenuto nel decreto Sostegni ter e a rischio ricorsi, sono ancora tutti sulla carta, in assenza della definizione del meccanismo di “prezzo equo”, con più di qualche preoccupazione all’interno dell’esecutivo. Il capitolo gas, però, anche in prospettiva, appare dirimente e ieri ha finito per dettare l’agenda degli incontri a Palazzo Chigi dove, non a caso, come anticipato dal Il Sole24ore.com, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, quello dell’Economia, Daniele Franco, insieme al sottosegretario alla Presidenza, Roberto Garofoli, hanno ricevuto in mattinata l’ad di Eni, Claudio Descalzi, con l’obiettivo di mettere in fila le reali potenzialità della penisola rispetto all’auspicato rilancio della produzione di gas. Nell’incontro il numero uno del Cane a sei zampe avrebbe quindi condiviso considerazioni sullo scenario dei prezzi dell’energia - che, per ora, non accennano a diminuire rendendo praticamente obbligata la replica, anche per il secondo trimestre, delle misure emergenziali finora varate, a cominciare dall’azzeramento degli oneri di sistema per famiglie e pmi e dal rafforzamento dei bonus sociali - e disegnato un quadro molto puntuale della produzione e fornitura di gas a livello europeo e nazionale. Il fronte da districare, però, è prima di tutto interno. Perché le richieste delle imprese (che sollecitano un incremento di 3 miliardi di metri cubi annui dell’asticella nazionale) devono fare i conti con la situazione del paese, in cui la moratoria no triv voluta dai precedenti governi e le resistenze delle comunità locali, per non dire delle lungaggini burocratiche (non meno di 10 mesi per i permessi più veloci), hanno fatto scendere progressivamente il livello complessivo di produzione, pari nel 2021 a 3,2 miliardi di metri cubi l’anno (a fronte dei 4,4 miliardi di metri cubi del 2020). Tre miliardi di metri in più, dunque, significano sostanzialmente un raddoppio, che, allo stato, considerando anche i tanti paletti aggiunti dal Pitesai, il nuovo piano trivelle pubblicato nei giorni scorsi e nato già vecchio data la lunghissima gestazione, appare irrealizzabile. Da qui l’esigenza del governo di ascoltare dalla viva voce del numero uno del principale player italiano una disamina concreta della situazione. Da sola, vale la pena di ricordarlo, Eni produce poco più di 3 miliardi di metri cubi. Ma il gruppo ha un grande potenziale tra asset esistenti ed eventuali nuovi sviluppi in tutta la fascia che va dalle Marche all’Emilia Romagna ed è al lavoro su un altro campo, nel canale di Sicilia, che potrebbe garantire 1-1,5 miliardi di metri cubi (con riserve potenziali per 10 miliardi di metri cubi, dicono gli esperti). In altri termini, per arrivare all’agognato traguardo il suo contributo sarebbe cruciale, ma sul possibile salto pesano tutte le difficoltà appena citate. Da qui il necessario bagno di realtà dell’esecutivo che sarebbe quindi intenzionato a puntare su un obiettivo più abbordabile (4-5 miliardi di metri cubi annui, come detto) e, soprattutto, raggiungibile in tempi relativamente più rapidi, magari sbloccando innanzitutto con investimenti più contenuti i pozzi in stand by per i veti incrociati della politica e dei territori, partendo da quelli più promettenti localizzati in Adriatico. Il quadro, quindi, resta molto fluido e le prossime ore serviranno per trovare l’assetto definitivo sul tema gas, ma anche sulle altre misure sollecitate dalle imprese (ulteriori agevolazioni per gli energivori sulla componente parafiscale della bolletta elettrica e la cessione di energia rinnovabile elettrica consegnata al Gse per 25 terawattora e trasferita a prezzi calmierati ai settori industriali a rischio), e per definire anche il pacchetto di ulteriori semplificazioni sul fronte delle rinnovabili. Il tutto mentre la politica continua a sollecitare uno scostamento di bilancio e le imprese subiscono il pesante impatto dei rincari. L’ultimo grido d’allarme è arrivato ieri dal presidente di Confindustria Emilia-Romagna, Pietro Ferrari, che ha stimato un incremento imponente per la bolletta energetica dell’industria regionale: dai 700 milioni di euro del 2019 ai 4 miliardi di quest’anno.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
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