Le aspettative di un rialzo dei tassi da parte delle banche centrali e della riduzione degli acquisti di bond alimentano la risalita dei rendimenti dei titoli di Stato di vari Paesi: il BTp a 10 anni ha sfondato la soglia psicologica del 2% (fino a 2,02%) prima di ripiegare in chiusura a 1,91%. Non succedeva da maggio 2020. Una notizia non certo positiva per i conti pubblici, visto che il costo del debito è destinato ad aumentare, anche se il Tesoro stima che il costo medio del debito continuerà a calare, grazie alle precedenti emissioni a tassi favorevoli. (🤔🤣🤔🤣) La fiammata del BTp ha invece avuto un impatto immediato a Piazza Affari, dove i i titoli bancari hanno accusato diffusi cali (contro una chiusura piatta della Borsa.
Fa un certo effetto pensare che solo due mesi fa esatti, il 17 dicembre, il rendimento dei BTp decennali fosse a 0,91%. Perché proprio ieri ha toccato il 2%, massimo da maggio 2020, pur calando in serata a 1,92%. È racchiuso in questi numeri l’effetto concreto della svolta della Bce, che già quest’anno potrebbe alzare i tassi d’interesse e terminare prematuramente tutti gli acquisti di titoli: (🤣🤣🤣) un veloce rialzo dei rendimenti di tutti i titoli di Stato europei. I tassi dei BTp sono infatti raddoppiati nel giro di due mesi, ma movimenti forti hanno interessato anche i Bund tedeschi (passati da -0,18% di inizio anno a +0,28% di ieri), i titoli spagnoli (da 0,59% a 1,29%) e tutti gli altri in Europa. È proprio per la parallela risalita dei tassi dei Bund che lo spread tra BTp e i titoli tedeschi è aumentato (da 136 punti base di inizio anno a 164), ma relativamente poco. Mal comune, dunque: il caro-tassi, come il caro-bollette, colpisce tutta Europa. Il problema è che l’Italia, col suo gigantesco debito pubblico, in fasi di rialzo dei tassi è sempre una sorvegliata speciale sul mercato. Perché il Paese rischia, a lungo andare, di registrare un aumento del costo del debito. (👍👍👍) E perché le banche italiane, avendo nei bilanci una grande quantità di titoli di Stato italiani, soffrono ogni volta che salgono i tassi dei BTp. Lo dimostra anche la seduta di ieri, dove - a fronte di una chiusura invariata di Piazza Affari - il settore più penalizzato è stato proprio quello bancario (-1,74%). E se le banche soffrono, a lungo andare sono costrette a ridurre il credito all’economia reale. (BINGO !) Detto questo, il rincaro dei BTp non è ancora tale da destare vere preoccupazioni. Per una serie di ragioni. Effetto Bce o problemi italiani? Il primo motivo è legato al fatto che questa volta, a differenza di altri casi del passato, il rincaro dei BTp non è dovuto a problemi italiani o del Sud Europa, ma a un generale «riprezzamento» di tutto il debito pubblico europeo. Sono l’inflazione elevata (5,1% nell’area euro) e la conseguente svolta della Bce a giustificare tassi più elevati in tutta l’Eurozona. Non altro. Che i tassi salgano o scendano è fisiologico sul mercato, diventa però patologico quando salgono solamente in uno o in pochi Paesi di un’unione monetaria a parità di tassi Bce e di inflazione. Ora invece i rendimenti crescono ovunque, pur con differenze di intensità. E sono giustificati da uno scenario macroeconomico contraddistinto da un forte balzo dell’inflazione: la differenza con le bufere sui BTp del passato è enorme. A testimoniare il fatto che oggi a spingere al rialzo i rendimenti dei BTp sia la svolta della Bce e non altri fattori, vengono in soccorso alcuni indicatori. Il primo lo fornisce UniCredit Research, che nota come la correlazione fra i rendimenti decennali dei BTp e quelli dei Bund resti particolarmente elevata e superiore all’80%, in linea con quanto osservato nel secondo semestre dello scorso anno. I tassi italiani si muovono quindi sostanzialmente nella stessa direzione e in una misura simile a quelli tedeschi, che rappresentano pur sempre una sorta di «base» e vengono ritenuti «senza rischio» dagli investitori. Altro indizio che mostra una certa tranquillità del mercato sull’Italia è lo spread tra i BTp e i titoli spagnoli, che ultimamente sta addirittura calando: ieri era sceso a 64 punti base dai 74 toccati l’11 febbraio. Questo testimonia ancora una volta che non c’è alcun «caso italia» sul mercato, piuttosto, un «caso Bce». Effetto sui conti pubblici Detto questo il problema resta: se il tassi dei BTp salgono, qualunque sia il motivo, lo Stato spende di più in interessi. E questo, per un Paese indebitato come l’Italia e desideroso di usare tutte le risorse pubbliche possibili per sostenere l’economia, non è certo positivo. Ma anche questo rincaro non deve (almeno per ora) allarmare: perché è vero che sta salendo il costo delle nuove emissioni di BTp (cosa non certo positiva), ma è anche vero che il debito pubblico italiano è in gran parte a tasso fisso e dunque resta «ancorato» ai tassi bassi degli ultimi anni. Per capirci: un BTp decennale emesso nel 2021 con rendimenti ai minimi storici, continuerà a pagare interessi ai minimi storici fino alla scadenza nel 2031. È per questo che pur aumentando il costo delle nuove emissioni di titoli di Stato, è tutt’ora previsto in calo il costo medio del debito nel suo complesso. L’ennesima conferma arriva da una ricerca di Goldman Sachs pubblicata ieri. La banca Usa calcola che l’attuale aumento dei rendimenti «avrà un lento e limitato effetto sul costo del debito annuale»: a loro avviso solo pari allo 0,4% del Pil al 2030 rispetto a quanto non sarebbe stato senza il rincaro attuale. Per questo Goldman prevede che il rapporto tra debito e Pil continuerà a calare, arrivando a 145% nel 2025. (🤣🤣🤣) Il ruolo della Bce e del mercato Questo non significa che la svolta restrittiva della Bce non comporti rischi per l’Italia. (👍👍👍) Dai dati rielaborati da UniCredit, si nota come nell’intero 2021 la Bce abbia con i suoi acquisti aumentato la quota di BTp in portafoglio da 492 a 627 miliardi. Ora l’Eurosistema detiene il 28,1% del debito pubblico italiano sul mercato rispetto al 22,8% di 12 mesi prima, una quota alla quale si aggiunge il 4,7% (105 miliardi) in mano alla Banca d’Italia indipendentemente dalle operazioni di riacquisto condotte da Francoforte. Questo conferma il ruolo determinante che ha avuto la Bce nell’abbassare i rendimenti nel 2021. Ovvio che nel 2022 il suo ruolo sarà notevolmente ridimensionato, per cui l’Italia dovrà contare sugli investitori per il collocamento dei titoli. Purtroppo, guardando i dati del 2021 emerge anche la nota dolente. Se le banche e le altre istituzioni finanziarie nazionali hanno sostanzialmente mantenuto le posizioni sui BTp nel 2021 (circa 730 miliardi, per una quota che sfiora il 34%), le famiglie e le imprese hanno invece ridotto un po’ l’esposizione (quasi 10 miliardi in meno a 146 miliardi, pari ormai ad appena il 6,5% del debito). Ma quello che più dà da pensare è il comportamento, nel 2021, tenuto dagli investitori esteri: loro hanno ridotto i titoli italiani per circa 23 miliardi, tagliando l’esposizione complessiva dal 30% al 27,7% fino a 621 miliardi. Dopotutto sono proprio i fondi e le banche internazionali a fare il bello e il cattivo tempo quando si guarda allo spread, ed è a stuzzicare il loro «appetito» per il debito pubblico italiano che il Tesoro deve puntare per collocare agevolmente e a tassi contenuti i titoli di Stato anche nel 2022.
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