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giovedì 10 febbraio 2022

Un metaverso tutto da inventare tra visioni partecipative e isolamento

 

I n un articolo pubblicato sul Guardian nel maggio di due anni fa, la giornalista e attivista Naomi Klein descriveva lo scenario post-Covid19 che a suo avviso ci si prospetta come «laboratorio vivente per un no-touch future permanente ed altamente redditizio», battezzando tale scenario “Screen New Deal”. Ecco: non la giungla di un quadro di Rousseau il Doganiere in versione 3D, dove improvvisamente si trovano immersi i quattro giovani protagonisti del primo video postato da Zuckerberg dopo l’annuncio della discesa di Facebook nel campo del metaverso. È piuttosto all’interno dello scenario prospettato da Klein che mi pare vada collocata la futura costruzione dell’“ultra-universo” digitale, l’interesse per la quale è stato rafforzato appunto dalle esperienze pandemiche prima ancora che dal fatale annuncio di “Zuck”. In ogni caso, proprio perché tale annuncio e la relativa campagna pubblicitaria hanno fatto credere il contrario, è importante ribadire che attualmente la fisionomia del metaverso è ancora tutta da precisare. Al momento, infatti, esso si presenta più o meno come una galassia di mondi 3D tra loro connessi, per frequentare i quali si prevede che in futuro saranno richieste identità accertate e non fittizie. Malgrado questa sostanziale indefinitezza, sembra chiaro che il metaverso dovrà combinare, tra le altre tecnologie, realtà virtuale e realtà aumentata. Ma le prestazioni proposte o promesse dall’una e dall’altra tendono a delineare relazioni ben diverse tra il mondo fisico e quello digitale: diciamo un rapporto per cui essi si pongono tra loro in alternativa nel primo caso, mentre tendono a integrarsi nel secondo. Nella costruzione del metaverso saranno quindi decisivi i modi in cui le due tecnologie verranno a combinarsi. Per capire il collegamento tra scenario post-Covid19 e interesse per il metaverso, risulta allora significativo sottolineare che alcuni addetti ai lavori già concordano a  spiegare «perché la realtà aumentata, non quella virtuale, sarà il cuore del metaverso». Louis Rosenberg, Ceo e chief scientist di Unanimous AI, lo afferma proprio con quelle parole, convergendo col parere dei designer di prodotti digitali Jared Ficklin e Mark Rolston, i quali di conseguenza avvertono che «il metaverso non figurerà come Facebook lo immagina». Spiegano infatti che, diversamente da quanto l’azienda di Zuckerberg pretende di mostrarci in pubblicità come il video ricordato all’inizio, il metaverso ci proporrà prevalentemente una presenza nel mondo fisico interattivamente aumentata da informazioni multimodali condivise per via digitale, piuttosto che un’immersione virtuale. Secondo le loro previsioni, insomma, il metaverso opererà tramite «superfici» funzionanti come «interfacce condivise» – ecco lo “Screen New Deal” annunciato da Naomi Klein – «piuttosto che al di là degli schermi», e tramite head-up displays (Hud) indossabili piuttosto che mediante caschi di realtà virtuale. Infatti certi Hud indossabili, detti anche Hmd (head-mounted displays), sono visori semitrasparenti in grado di farci condividere immagini e altre informazioni audio-visuali senza distogliere lo sguardo dal mondo fisico. Le loro tecnologie possono insomma aprirci agli orizzonti partecipativi della realtà aumentata, anziché isolarci dal mondo fisico come fanno i caschi di realtà virtuale, che perciò Rosenberg assimila ironicamente a «maschere da sub». Addirittura, se connessi a un trackpad portatile capace di haptic feedback, quegli Hud potranno consentirci l’accesso alla mixed reality, nella quale oggetti fisici e virtuali coesistono e interagiscono tra loro e con noi anche tattilmente, aprendoci così al no-touch future additato da Naomi Klein. Del resto, Ficklin e Rolston si do mandano: «Già avvertiamo che i nostri dispositivi richiedono troppa attenzione. Perché raddoppiare?». Un interrogativo che non può non richiamare i motivi indicati a sua volta da Rosenberg per prevedere l’affermarsi, nel metaverso, della centralità della realtà aumentata e in prospettiva, aggiungerei, della mixed reality. Infatti egli li spiega proprio con l’esigenza di evitare raddoppiamenti percettivi, visto che la nostra percezione spontaneamente integra i diversi dati sensoriali in un unico insieme dotato di senso: una tendenza che la realtà aumentata per sua struttura può assecondare in quanto assembla, scrive Rosenberg, «mondo reale e virtuale in un’unica esperienza coerente». Nel caso della realtà virtuale, invece, il nostro «cervello è obbligato a mantenere due modelli mentali», uno interno e l’altro esterno alla «maschera da sub», inevitabilmente chiamandoci cretini quando ci fa figurare il nostro comportamento osservato da coloro cui capiti di vederci indossarla.

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