«Ho comprato uno
shampoo e un
po’ di frutta nella giungla di
Perquin, lontano dal mondo. Pagando in Bitcoin».
La voce non nasconde l’emozione con
cui Riccardo Giorgio Frega, attivista
per i diritti umani, racconta l’esito della missione in El Salvador, dove ha
trascorso tra dicembre e gennaio 45
giorni senza carte di credito, dollari o
altri contanti. L’unità di conto scelta
per condurre questo inedito esperimento monetario-antropologico è
stata la criptovaluta più nota al mondo. La prima. Quel protocollo digitale
aperto a tutti nato il 3 gennaio 2009
che - lo si critichi o meno - da allora è
diventato il network decentralizzato
più grande al mondo.
Il Paese in cui mettere alla prova il
funzionamento del Bitcoin nell’economia reale non è stato preso a caso
puntando un dito sul mappamondo.
L’opzione è caduta proprio su El Salvador, quel piccolo Stato del Centro
America - clima secco, 35 gradi la
mattina e 20 la sera, terra di vulcani e
di spiagge chilometriche sul Pacifico
- che ha introdotto il 7 settembre del
2021, esattamente cinque mesi fa,
l’utilizzo del Bitcoin a corso legale.
Ciò vuol dire che i cittadini possono
usare tanto i dollari, a cui il Paese si è
agganciato 20 anni fa abbandonando
il superinflazionato colòn, quanto i
satoshi (la frazione più piccola in cui
è divisibile la criptovaluta che corrisponde a un centomilionesimo di Bitcoin). Corso legale, tecnicamente,
vuol dire che se qualcuno vuole pagare in quella moneta il commerciante
di turno è obbligato ad accettarla. «In
teoria è così ma il presidente Nayib
Bukele ha adottato un approccio soft
- spiega Riccardo che ha condiviso
l’avventura con Laura Nori, community manager nel settore blockchain
-. La legge prevede infatti che se non
si hanno a disposizione le infrastrutture tecnologiche per accettare i pagamenti si è liberi di non farlo. In realtà è sufficiente avere uno smartphone e installare un’apposita app,
Chivo, che il governo ha messo a disposizione di tutti i 7 milioni di cittadini salvadoregni con un credito in
Bitcoin equivalente a 30 dollari. Per
un Paese dove il salario medio è di
300 dollari al mese non è poco».
Nelle prime otto settimane la app è
stata scaricata da 2,5 milioni di abitanti. «C’è da dire che la prima versione,
recentemente aggiornata, non funzionava sempre al meglio. Soprattutto
quando la app si doveva interfacciare
con altri wallet digitali. Con la seconda
versione i problemi sembrano risolti».
È filato sempre tutto liscio o qualche volta siete stati costretti a cavarvela con qualche dollaro? «L’esperimento è riuscito. In 45 giorni abbiamo pagato tutto in Bitcoin. In un Paese dove
l’80% della popolazione non ha un
conto corrente e dove si utilizzano
quasi esclusivamente contanti perché
le carte di credito hanno commissioni
del 12-13%, direi che è stato un successo. Anche perché siamo usciti dalla capitale San Salvador e abbiamo messo
alla prova la novità nei luoghi più remoti, dai mercatini di piccoli paesini
fin nella giungla. Abbiamo però avuto
qualche problema con gli alberghi.
Non tutti accettano ancora la criptovaluta e quindi i nostri spostamenti
sono stati condizionati dalle strutture
ricettive che vi si sono adeguate. Un
altro punto critico di questo esperimento - continua Riccardo, che dal
2018 conduce Bitcoin Italia Podcast,
stabilmente nella top ten nazionale
dei podcast tecnologici - è la mancanza di educazione finanziaria della popolazione. Dall’approvazione della
legge in Parlamento in estate all’introduzione effettiva sono passati appena
tre mesi e molti cittadini non sanno
neppure cosa è Bitcoin, come funziona e quale è l’idea sottostante. Alcuni
accettano i pagamenti per non perdere il cliente, altri lo hanno fatto solo
dopo che siamo stati noi a spiegare come utilizzare la app. Insomma, c’è
tanta strada da fare e per un Paese che
ha introdotto una riforma del genere
mi aspetto che il Bitcoin venga insegnato nelle scuole».
L’obiettivo dichiarato del presidente Bukele - millennial classe ’81 - è
spingere lo sviluppo economico, attrarre capitali stranieri e permettere ai
cittadini di risparmiare sui 400 milioni di dollari l’anno in commissioni
versate in rimesse. Oltre 2 milioni di
salvadoregni, infatti, vivono all’estero
e inviano denaro ai famigliari. Le
commissioni con i servizi di pagamento tradizionali sono molto elevate
(arrivano anche al 20-25%) mentre i
pagamenti attraverso Bitcoin - sia che
si utilizzi la blockchain nativa, più lenta ma più adatta a trasferimenti di denaro più consistenti, sia che si opti per
il layer 2, ovvero il sistema lightning
network dove le transazioni sono
istantanee - i costi sono irrisori, misurabili nell’ordine dei centesimi.Oltre al driver delle rimesse - che
potrebbe tentare altri Paesi vicini con
caratteristiche economiche simili a
seguire l’esempio di El Salvador -
Bukele vuole attrarre capitali tanto
dell’industria cripto quanto di imprenditori tradizionali intenzionati a
sviluppare progetti satellite. Per farlo
ha anche annunciato la costruzione di
una nuova città, una sorta di Singapore del Bitcoin. «C’è poi Bitcoin beach -
racconta Riccardo - una spiaggia in
stile californiano dove vive una comunità di 3.000 persone che già da anni
utilizzano la criptovaluta».
Oltre ad investire in Bitcoin - al
momento lo Stato ne detiene 1.691
suscitando le critiche del Fondo monetario internazionle (si veda articolo a fianco) - El Salvador mina, ossia
estrae digitalmente, la criptovaluta
utilizzando il surplus di energia geotermica delle proprie centrali. «I vulcani qui non mancano e visitare la
centrale costruita sulle pendici del Tecapa è stato molto istruttivo - conclude il podcaster -. La lava, vicinissima alla crosta terrestre, riscalda l’acqua. La centrale estrae vapore dalla
terra che poi viene immesso in apposite turbine che trasformano l’enorme pressione in energia elettrica.
Dopodiché viene ritrasformato in acqua e torna in profondità per compiere un altro giro. È tutto rinnovabile. L’energia prodotta è eccessiva, così il surplus, piuttosto che essere buttato viene utilizzato per minare
Bitcoin. In questo modo, rispondendo alla prima legge della termodinamica “nulla si crea, nulla si distrugge”, l’energia viene trasformata in
scarsità digitale assoluta». Come nell’idea originaria dello pseudonimo
Satoshi Nakamoto che 13 anni fa
metteva in moto questo processo che
abbraccia la fisica, la matematica e,
da pochi mesi in un piccolo Stato vicino all’equatore, anche l’economia.
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento