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giovedì 10 febbraio 2022

Con il Bitcoin nella giungla del Salvador: «Test riuscito»

«Ho comprato uno shampoo e un po’ di frutta nella giungla di Perquin, lontano dal mondo. Pagando in Bitcoin». La voce non nasconde l’emozione con cui Riccardo Giorgio Frega, attivista per i diritti umani, racconta l’esito della missione in El Salvador, dove ha trascorso tra dicembre e gennaio 45 giorni senza carte di credito, dollari o altri contanti. L’unità di conto scelta per condurre questo inedito esperimento monetario-antropologico è stata la criptovaluta più nota al mondo. La prima. Quel protocollo digitale aperto a tutti nato il 3 gennaio 2009 che - lo si critichi o meno - da allora è diventato il network decentralizzato più grande al mondo. Il Paese in cui mettere alla prova il funzionamento del Bitcoin nell’economia reale non è stato preso a caso puntando un dito sul mappamondo. L’opzione è caduta proprio su El Salvador, quel piccolo Stato del Centro America - clima secco, 35 gradi la mattina e 20 la sera, terra di vulcani e di spiagge chilometriche sul Pacifico - che ha introdotto il 7 settembre del 2021, esattamente cinque mesi fa, l’utilizzo del Bitcoin a corso legale. Ciò vuol dire che i cittadini possono usare tanto i dollari, a cui il Paese si è agganciato 20 anni fa abbandonando il superinflazionato colòn, quanto i satoshi (la frazione più piccola in cui è divisibile la criptovaluta che corrisponde a un centomilionesimo di Bitcoin). Corso legale, tecnicamente, vuol dire che se qualcuno vuole pagare in quella moneta il commerciante di turno è obbligato ad accettarla. «In teoria è così ma il presidente Nayib Bukele ha adottato un approccio soft - spiega Riccardo che ha condiviso l’avventura con Laura Nori, community manager nel settore blockchain -. La legge prevede infatti che se non si hanno a disposizione le infrastrutture tecnologiche per accettare i pagamenti si è liberi di non farlo. In realtà è sufficiente avere uno smartphone e installare un’apposita app, Chivo, che il governo ha messo a disposizione di tutti i 7 milioni di cittadini salvadoregni con un credito in Bitcoin equivalente a 30 dollari. Per un Paese dove il salario medio è di 300 dollari al mese non è poco». Nelle prime otto settimane la app è stata scaricata da 2,5 milioni di abitanti. «C’è da dire che la prima versione, recentemente aggiornata, non funzionava sempre al meglio. Soprattutto quando la app si doveva interfacciare con altri wallet digitali. Con la seconda versione i problemi sembrano risolti». È filato sempre tutto liscio o qualche volta siete stati costretti a cavarvela con qualche dollaro? «L’esperimento è riuscito. In 45 giorni abbiamo pagato tutto in Bitcoin. In un Paese dove l’80% della popolazione non ha un conto corrente e dove si utilizzano quasi esclusivamente contanti perché le carte di credito hanno commissioni del 12-13%, direi che è stato un successo. Anche perché siamo usciti dalla capitale San Salvador e abbiamo messo alla prova la novità nei luoghi più remoti, dai mercatini di piccoli paesini fin nella giungla. Abbiamo però avuto qualche problema con gli alberghi. Non tutti accettano ancora la criptovaluta e quindi i nostri spostamenti sono stati condizionati dalle strutture ricettive che vi si sono adeguate. Un altro punto critico di questo esperimento - continua Riccardo, che dal 2018 conduce Bitcoin Italia Podcast, stabilmente nella top ten nazionale dei podcast tecnologici - è la mancanza di educazione finanziaria della popolazione. Dall’approvazione della legge in Parlamento in estate all’introduzione effettiva sono passati appena tre mesi e molti cittadini non sanno neppure cosa è Bitcoin, come funziona e quale è l’idea sottostante. Alcuni accettano i pagamenti per non perdere il cliente, altri lo hanno fatto solo dopo che siamo stati noi a spiegare come utilizzare la app. Insomma, c’è tanta strada da fare e per un Paese che ha introdotto una riforma del genere mi aspetto che il Bitcoin venga insegnato nelle scuole». L’obiettivo dichiarato del presidente Bukele - millennial classe ’81 - è spingere lo sviluppo economico, attrarre capitali stranieri e permettere ai cittadini di risparmiare sui 400 milioni di dollari l’anno in commissioni versate in rimesse. Oltre 2 milioni di salvadoregni, infatti, vivono all’estero e inviano denaro ai famigliari. Le commissioni con i servizi di pagamento tradizionali sono molto elevate (arrivano anche al 20-25%) mentre i pagamenti attraverso Bitcoin - sia che si utilizzi la blockchain nativa, più lenta ma più adatta a trasferimenti di denaro più consistenti, sia che si opti per il layer 2, ovvero il sistema lightning network dove le transazioni sono istantanee - i costi sono irrisori, misurabili nell’ordine dei centesimi.Oltre al driver delle rimesse - che potrebbe tentare altri Paesi vicini con caratteristiche economiche simili a seguire l’esempio di El Salvador - Bukele vuole attrarre capitali tanto dell’industria cripto quanto di imprenditori tradizionali intenzionati a sviluppare progetti satellite. Per farlo ha anche annunciato la costruzione di una nuova città, una sorta di Singapore del Bitcoin. «C’è poi Bitcoin beach - racconta Riccardo - una spiaggia in stile californiano dove vive una comunità di 3.000 persone che già da anni utilizzano la criptovaluta». Oltre ad investire in Bitcoin - al momento lo Stato ne detiene 1.691 suscitando le critiche del Fondo monetario internazionle (si veda articolo a fianco) - El Salvador mina, ossia estrae digitalmente, la criptovaluta utilizzando il surplus di energia geotermica delle proprie centrali. «I vulcani qui non mancano e visitare la centrale costruita sulle pendici del Tecapa è stato molto istruttivo - conclude il podcaster -. La lava, vicinissima alla crosta terrestre, riscalda l’acqua. La centrale estrae vapore dalla terra che poi viene immesso in apposite turbine che trasformano l’enorme pressione in energia elettrica. Dopodiché viene ritrasformato in acqua e torna in profondità per compiere un altro giro. È tutto rinnovabile. L’energia prodotta è eccessiva, così il surplus, piuttosto che essere buttato viene utilizzato per minare Bitcoin. In questo modo, rispondendo alla prima legge della termodinamica “nulla si crea, nulla si distrugge”, l’energia viene trasformata in scarsità digitale assoluta». Come nell’idea originaria dello pseudonimo Satoshi Nakamoto che 13 anni fa metteva in moto questo processo che abbraccia la fisica, la matematica e, da pochi mesi in un piccolo Stato vicino all’equatore, anche l’economia.


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