NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
giovedì 10 febbraio 2022
esigenze spirituali e necessità tecnocratiche
S
i affollano i centenari (1922
– 2022): politici, letterari,
filosofici ecc... La memoria, individuale e collettiva, ha
bisogno di questa periodicità:
opere e figure sono già dentro la
coscienza, ma le date ne risvegliano la fisionomia, le richiamano in superficie, le isolano e
fermano nell’attenzione.S
i affollano i centenari (1922 –
2022): politici, letterari,
filosofici e così via. La
memoria, individuale e collettiva,
ha bisogno di questa periodicità:
opere e figure sono già dentro la
coscienza, ma le date ne
risvegliano la fisionomia, le
richiamano in superficie, le isolano
e fermano nell’attenzione. Esse già
ci appartengono, ma rese tacite dal
tempo, come in un angolo d’ombra
da cui la scansione cronologica le
trae e illumina. L’intervallo
trascorso permette che lo sguardo
misuri l’efficacia delle singole
opere, consideri le letture già
svolte e gli effetti lasciati nella
storia generale o nelle storie di
discipline speciali. Questi “effetti”
– ai quali le moderne teorie
ermeneutiche riservano grande
rilievo – mostrano come l’opera sia
inserita in una tradizione di
pensiero, ne abbia segnato una
svolta, o promosso una revisione
critica. Ed essa perciò non ci
giunge con la nudità dell’origine,
spoglia dei rapporti interpretativi
svolti nel tempo, ma carica di
questa insopprimibile storicità,
di una densità di dialoghi
intrecciati nel tempo.
Pensieri, questi ora accennati,
che suscita il saggio di Walther
Rathenau, Meccanica dello spirito
(1913), ora volto in italiano per la sensibile cura di Vincenzo Pinto, a
cui hanno dato accoglienza le
fervide e sagaci edizioni di Nino
Aragno. Rathenau, caduto il 24
giugno 1922 per mano di terroristi
di estrema destra: di quei
“coscritti”, che saranno evocati nel
fascinoso e torbido libro di Ernst
von Salomon.
La figura di Rathenau,
suscitatrice di fini pagine fra gli
studiosi italiani (da Luzzatto a
Villari, da Racinaro a Cacciari),
torna nel centenario come simbolo
della coscienza più profonda e
inquieta del capitalismo, di un’ansia
di vedere oltre la razionalità
organizzatrice della moderna
impresa. Si direbbe da taluni, presi
dal personaggio narrativo di Paul
Arnheim in cui il Musil di L’uomo
senza qualità raffigura Rathenau,
un lusso della coscienza, che svaga
dalla gestione di grandi imprese
elettriche alle preziose sfumature
della sensibilità.
Si direbbe, ma con qualche
rischio di errore e di angustia
interpretativa, poiché Rathenau,
teorico della nuova economia e di
una diversa forma di Stato,
esprime l’angoscia tecnocratica. Di
chi, vivendo e operando all’interno
di una grande impresa (AEG, ma
era leggenda o verità che egli fosse
negli organi amministrativi di
circa cento società), avverte il
bisogno di “anima”, di innalzare il
talento organizzativo e produttivo
al piano delle esperienze spirituali.
La “meccanizzazione” è al centro
di questo pensiero, né data né
imposta dalla natura, ma
concepita e attuata dalla volontà
umana. «L’intelletto – scrive Rathenau – ha risposto sulle cose
ultime con un silenzioso diniego».
Le “cose ultime”, le scelte
decisive che danno significato alla
vita e riguardano l’intero nostro
mondo, stanno oltre l’intelletto e la
dominazione tecnica della realtà.
Questo bisogno di “regno
dell’anima”, o “supplemento
d’anima”, accompagna il corso del
“moderno capitalismo” e lo fa
dolente e inquieto. Talvolta appare
di sfuggita in una pena individuale,
in un sentirsi insoddisfatti e poveri;
talvolta, assume la tragicità di
un’assenza, di una assoluta e
incolmabile incompletezza.
Rathenau esprime questo profondo
tormento: da un lato, il vincolo della
razionalità organizzativa e le leggi
della moderna economia; dall’altro,
il “regno di fini”, che stanno oltre, e
chiedono al tecnocrate di compiere
una rinascita interiore, di
trascendere la “gabbia” della
meccanizzazione. Inevitabile
è il rischio di cadere nell’evasione
estetica e nelle visionarie
finezze dell’animo.
Ecco come i centenari, i quali
sembrano semplici cadenze
cronologiche, svolgono una
funzione costruttiva e feconda;
suggerendoci di guardare agli effetti
delle opere lungo il corso del
passato; sollevando gli interrogativi
sul loro futuro destino. In un
principio d’anno, che non sia
banalmente vissuto o sciupato in
effimere mondanità, gli interrogativi
sulle “cose ultime” incalzano e
risospingono su dense pagine del
Novecento, il secolo che non sta
dietro di noi, ma dentro di noi.
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