È un cambiamento epocale quello che l’automotive dovrà affrontare, con il progressivo abbandono delle motorizzazioni endotermiche a favore dei sistemi di trazione elettrica. In media un’azienda dell’indotto italiano su tre produce componenti destinate al Powertrain, a benzina o diesel. La fase di transizione è in atto e proprio le multinazionali presenti in Italia rischiano di essere un avamposto della crisi, con un impatto pesante su occupazione e industria. Sono oltre 2.800 gli addetti a rischio, numero che supera i 4mila considerando l’indotto. La stima è della Fim-Cisl che mette in fila le situazioni più critiche, da Sud a Nord. Numero che potrebbe ulteriormente salire considerando Marelli, la più importante azienda italiana della componentistica – con oltre 8mila addetti – che il 27 presenterà ai sindacati il piano di riorganizzazione. In quell’occasione i rappresentanti dei lavoratori chiederanno chiarimenti sul futuro delle produzioni più strettamente legate al motore tradizionale, con circa 800 addetti coinvolti. È Bari l’avamposto di Bosch sui componenti destinati ai motori diesel. Il piano industriale approvato nel 2017 ha previsto per lo stabilimento di Bari – 1.700 addetti – una diversificazione delle produzioni pescando anche fuori dal mondo automotive, con ricadute produttive per almeno 350 collaboratori. Ma l’impegno a generare lavoro preso dal management di Bosch non riesce a tenere il passo. «Oltre l’85% delle produzioni a Bari sono concentrate su motori diesel e benzina che, alla luce delle limitazioni europee sulle emissioni di CO2, termineranno entro il 2035. Per i 1.700 addetti – ricorda Ferdinando Uliano della segreteria nazionale della FimCisl – serve mettere in campo un intervento duplice: chiediamo che il Gruppo Bosch attui modalità di solidarietà interna prevedendo la possibilità, come fatto in passato, di trasferire a Bari le produzioni in eccesso in altri siti. Pensiamo inoltre sia necessario aprire un tavolo di crisi presso il Mise per verificare le possibilità di riconversione industriale e garantire il futuro allo stabilimento ai suoi addetti». A Bari è attivo un contratto di solidarietà – con riduzione al 60%– che scade tra meno di un anno. «Vogliamo evitare di trovarci tra pochi mesi – aggiunge Uliano – a parlare di esuberi e licenziamenti». A qualche centinaio di chilometri ci sono gli stabilimenti di Vitesco Technologies – spin-off del Gruppo Continental – in provincia di Pisa, una realtà radicata in Italia da 35 anni. Qui lavorano mille addetti, si producono gli elettroiniettori che controllano l’erogazione di benzina nei motori a combustione interna, oltre a elettrovalvole per l’AdBlu. Sono almeno 700 i dipendenti impiegati su lavorazioni legate ai motori endotermici, destinate progressivamente a ridursi negli anni. La casa madre tedesca ha già da tempo imboccato la strada della diversificazione, per emanciparsi dalla dipendenza dai motori a combustione interna e dedicarsi alle forniture per la mobilità elettrica. Questo nel concreto significa che le fabbriche impegnate su componenti per motori tradizionali, come quella in Italia, vedranno lo stop delle commesse a partire dal 2024-2025. In questa fase di vera e propria riconversione il problema è duplice: da un lato le scelte delle multinazionali che, a fronte di ingenti investimenti, possono decidere di abbandonare vecchi siti e puntare su paesi con minori costi di gestione, dall’altro la necessità di misure legate ad una politica industriale che punti a rendere attrattivi i territori italiani. L’azienda nel 2019 ha annunciato importanti ristrutturazioni per il sito di Pisa, con ricadute su 750 addetti. Si è messa in moto una macchina per tentare di scongiurare il ridimensionamento puntando alla formazione di tecnici e ingegneri sui sistemi di trazione elettrica, in collaborazione con Regione Toscana e Università di Pisa. Ma il percorso è solo all’inizio e ipotesi industriali vere e proprie per salvaguardare centinaia di posti di lavoro ancora non ce ne sono. E se mettere in pista soluzioni utili a impiegare il nucleo di professionisti impegnati nella ricerca e sviluppo è più semplice da attuare, la vera sfida è mantenere in Italia la produzione. Il terzo fronte è quello della Denso di San Salvo Piana Sant’Angelo (Chieti) che ha dichiarato 200 esuberi a fronte di volumi produttivi in calo, con un accordo sindacale che incentiva le uscite su base volontaria da ratificare per la parte industriale al Mise. Nello stabilimento però ci sono altri 700 occupati impegnati nella produzione di motorini di avviamento e alternatori, componente comunque esposto al cambio delle motorizzazioni. La multinazionale giapponese controllata da Toyota non ha ancora deciso dove realizzare in Europa le future produzioni in ambito elettrico. «I competitor interni di Spagna e Ungheria sono particolarmente agguerriti, avranno vita facile soprattutto se il governo Italiano non scenderà in campo – aggiunge Uliano – Il Governo deve creare le condizioni e le convenienze per portare le nuove produzioni da noi. Il silenzio delle istituzioni porta dritto a unità di crisi e licenziamenti».
NEL 2012 NON CI SARA' LA FINE DEL MONDO IN SENSO APOCALITTICO,MA UN CAMBIAMENTO A LIVELLO POLITICO ED ECONOMICO/FINANZIARIO. SPERIAMO CHE QUESTA CRISI SISTEMICA ,CI FACCIA FINALMENTE APRIRE GLI OCCHI SUL "PROGRESSO MATERIALE:BEN-AVERE""ECONOMIA DI MERCATO" FIN QUI RAGGIUNTO E SPERARE IN UN ALTRETTANTO "PROGRESSO SPIRITUALE:BEN-ESSERE"ECONOMIA DEL DONO,IN MODO DA EQUILIBRARE IL TUTTO PER COMPLETARE L'ESSERE UMANO:"FELICITA' NELLA SUA COMPLETEZZA".
UN PATTO DI POST-CRESCITA PER L’ITALIA
UN PATTO DI POST-CRESCITA PER L’ITALIA
per il bene del pianeta e per giustizia verso i paesi più poveri, le economie ricche devono ridurre produzione e consumo. Ma attenzione: n...
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